Lavori realizzati dalle bambine e dai bambini del campus Summer Escapes insieme a Melina Mulas

La fotografa Melina Mulas insegna ai bambini come utilizzare il "muscolo dello sguardo"

, 26 agosto 2021

In occasione della sesta settimana del campus Summer Escapes, insieme alla fotografa Melina Mulas abbiamo condotto le bambine e i bambini a scoprire/riscoprire gli oggetti naturali grazie a quello che la nostra artista ha denominato il muscolo dello sguardo. Grazie a questo muscolo, siamo riusciti non solo a cogliere la bellezza nascosta all’interno del giardino, ma anche a raccontare, oltre all’unicità dell’oggetto fotografato, anche, e soprattutto, quella dei soggetti fotografanti.

Lavori realizzati dalle bambine e dai bambini del campus Summer Escapes insieme a Melina Mulas

Ci hai raccontato che il guardare per te è sempre stato un gesto naturale fin da piccolissima, essendo nata in una famiglia di fotografi. Come si può, invece, educare un bambino a osservare e guardarsi intorno quando non si ha il tuo background?

Sicuramente nascere in una famiglia di fotografi rende naturale la relazione con questo linguaggio. Si può essere più sensibili a un senso piuttosto che a un altro, alla dimensione visiva, a quella legata alla parola oppure all’udito e quindi alla musica. Ogni senso può e dovrebbe essere educato e sviluppato. Credo che questo sia il ruolo fondamentale dell’educazione e della scuola, che dovrebbero spingere le bambine e i bambini, le ragazze e i ragazzi, non tanto all’immagazzinamento delle informazioni ma, piuttosto, allo sviluppo dei sensi. Ad esempio, per la fotografia, uno strumento relativamente giovane, al di là del fatto che ci si senta attratti o meno da questo mezzo, è possibile, anzi necessario, sviluppare quello che mi diverte chiamare il muscolo dello sguardo. Non so dove risieda, ma ho fatto esperienza diretta della sua esistenza anche nei laboratori con i ragazzi: basta nominarlo e lui si attiva! In poche parole, significa generare un sguardo attivo. Quando ci si accinge a fotografare, per davvero, si entra in uno stato di particolare attenzione e il nostro occhio si trasforma in una specie di radar. È un processo interessante perché più si è attivi e vigili e più ciò che stai fotografando ci conduce,  è come se a guidarci fosse proprio l’oggetto d’osservazione che diventa soggetto a tutti gli effetti, una specie di filo rosso che a volte può assomigliare a un richiamo o a una seduzione. Un buon esempio è quello di Alice nel paese delle meraviglie quando varca la soglia: questa è l’emozione che si prova quando si comincia a inquadrare. La fotografia è uno strumento straordinario di conoscenza che sviluppa un certo tipo di attenzione, uno stupore di fronte al mondo, capace di trasformare la lente del nostro sguardo. Può, però, avvenire anche l’esatto opposto: può produrre modelli che ci condizionano, difficili da estirpare perché ci penetrano senza che ne siamo davvero consapevoli. Se si insegnasse che la fotografia è un linguaggio vero e proprio, solo più rapido e complesso, e che non può che essere soggettivo perché dipende dal proprio background visivo, la si potrebbe utilizzare come strumento per studiare, per esempio nei licei, e attiverebbe quel famoso muscolo. Se una parola genera un’immagine, una fotografia genera moltissime parole combinate con emozioni e sensazioni. In certe fotografie di moda contemporanee spesso si vedono volti di modelle e modelli tristi, spenti,  assenti, sappiamo e abbiamo il coraggio di riconoscerlo? O solo perché il grande mercato della moda lo impone, dobbiamo assumere passivamente quell’assenza di vitalità di quei corpi inerti? Infatti si chiamano “modelli” non a caso perché producono modelli. Imparare a fotografare è il modo per me più efficace per discernere e comprendere i contenuti veicolati da tutte le fotografie che ci bombardano ininterrottamente. 

Lavori realizzati dalle bambine e dai bambini del campus Summer Escapes insieme a Melina Mulas

Lavori realizzati dalle bambine e dai bambini del campus Summer Escapes insieme a Melina Mulas
Lavori realizzati dalle bambine e dai bambini del campus Summer Escapes insieme a Melina Mulas

Sono nata in un’epoca dove si parlava ancora di superficie sensibile, il lavoro delle “Verifiche” di mio padre è stato illuminante in questo senso. Pensiamo alle prime fotografie, dove un oggetto, una foglia, una nuvola impresse su di un negativo e riportate alla luce chimicamente erano un vero e proprio miracolo: un’alchimia, una semplice foglia diventava un’opera d’arte irripetibile e al tempo stesso replicabile. Ecco, credo che abbiamo di nuovo bisogno di incontrare la forma pura delle cose. Sarà anche a causa del momento critico che stiamo vivendo, ma molti artisti stanno lavorando in questa direzione. Gli erbari sono per me l’arte più vicina alla fotografia. In un erbario si osserva come una forma si sia sviluppata grazie allo slancio vitale che il seme ha generato. Così come un oggetto è generato da un pensiero. Abbiamo vissuto l’epoca del concettuale, ma ora che la sopravvivenza delle specie vegetali e animali è davvero a rischio, occorre porre l’attenzione sull’osservazione della natura, la nostra Maestra per eccellenza. Ricordo quando ero alle elementari, millenni fa, ci facevano copiare degli oggetti o frutta, tipo una mela, una pera, un piccolo vaso. Questo disegnare la forma, osservarla, era un esercizio molto utile che poi, a seconda dell’insegnante, poteva essere noioso o divertente, ma questo dipendeva dagli adulti: da quanto sapessero ritrovare dentro di sé l’incanto che ogni bambino vive quando osserva.

In occasione del tuo laboratorio hai trasformato insieme alle bambine del campus il giardino Giancarlo De Carlo in un grande set fotografico. Questo laboratorio fa parte di un tuo progetto più ampio legato agli erbari. Ce lo racconti?

Mi ricollego a quanto detto sopra: è proprio per questo motivo che sto realizzando un progetto sugli erbari. Ho notato che se questa attività di ricerca fotografica viene fatta in gruppo, sia i bambini sia i ragazzi sono stimolati a immergersi e a scoprire la meraviglia nelle cose più invisibile e semplici. È stato bellissimo vederli sparpagliati in giro per il giardino, praticamente incolto, a cercare il filo d’erba giusto! Tra l’altro, se si osservassero le foto che scattano come fossero disegni, si potrebbero comprendere anche tante cose sugli stessi bambini e ragazzi. Magari all’inizio nicchiano, ma basta che siano insieme a usare i loro cellulari e scatta qualcosa. Trovo, invece, dannoso lasciarli soli con questo strumento che li può rapire in mondi che non sono i loro.

Lavori realizzati dalle bambine e dai bambini del campus Summer Escapes insieme a Melina Mulas
Lavori realizzati dalle bambine e dai bambini del campus Summer Escapes insieme a Melina Mulas

Ci ha molto colpito il discorso che hai fatto riguardo lo sguardo collettivo che, a tuo avviso, sarebbe molto più interessante in questo periodo in cui tutti noi, a tuo dire, possiamo essere fotografi. Perché?

Dal momento che oggi tutti fotografano coi loro smartphone, credo che quando viene individuato un progetto forte, interessante e dotato di senso, sia più incisivo e interessante che il lavoro venga fatto da un gruppo di persone. Per esempio, ci sarà chi vede i dettagli, chi gli insiemi, chi il dritto e chi il rovescio, ma in un tempo brevissimo il lavorò potrà essere incredibilmente vario, eterogeneo e, al tempo stesso, autentico: cosa ci interessa di più il progetto o il fotografo? Io credo il progetto. Questo è sempre stato il senso della fotografia. Uno sguardo è un punto di vista, più punti di vista e una giusta motivazione possono produrre un risultato sorprendente, l'ho sperimentato in molti laboratori e faccio quasi fatica, oggi, a concepire di lavorare in un altro modo.

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Melina Mulas

Melina Mulas attraversa lo spazio fotografico con la cognizione di un tempo che non è misurabile in velocità, ma attenzione interiore. I suoi ritratti fermano i soggetti nel punto più esposto della loro vulnerabilità e, al tempo stesso, della loro forza. Autrice per vocazione famigliare ‒ Ugo Mulas, suo padre, ha lasciato un segno indelebile nella storia dell'arte nel mondo ‒ è andata ben oltre migrando in una ricerca che si muove tra immagine e didattica.

Crediti

I campus estivi Summer Escapes di Triennale Milano sono resi possibili anche grazie al supporto di Scalo Milano.

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