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Triennale Milano
Noctis IV (Alessandro Ghignola, 2000) immagine via MobyGames

Videogioco come tessuto

14 luglio 2023
La mostra Text, visitabile fino al 17 settembre 2023, ha inaugurato la Design Platform di Triennale Milano, lo spazio per mostre temporanee del rinnovato Museo del Design Italiano, diretto da Marco Sammicheli, con un nuovo allestimento progettato da Paolo Giacomazzi Design Studio. Una mostra sul rapporto tra testo, tessuto e texture, moda, arredo, arte moderna e contemporanea. E anche videogiochi, grazie alla consulenza dello sviluppatore italiano Pietro Righi Riva, cofondatore dello studio Santa Ragione e curatore delle raccolte Triennale Game Collection Vol. 1 e Vol. 2 (scaricabili gratuitamente da Steam, App Store e Google Play Store).
La scienziata Laura Tripaldi scrive in Menti parallele. Scoprire l'intelligenza dei materiali (effequ, 2020) che "[al]la base della tessitura come della moderna scienza dei materiali c’è l’idea, tanto semplice quanto rivoluzionaria, che la ripetizione di tanti piccoli elementi identici – i ‘fili’ della trama – possa produrre un nuovo oggetto dotato di particolari proprietà che i singoli elementi di partenza, da soli, non possedevano.” Così vale per il testo (che viene dal latino textus, “intrecciato,” “tessuto”) e, come mostra la selezione di Sammicheli e Righi Riva, vale anche per i software e i videogiochi.
Durante un’intervista Righi Riva ci ha raccontato di aver studiato da designer al Politecnico di Milano e di aver mutuato da lì un’idea di design “come disciplina che parte dall’utente e dalla funzione.” Se ciò può essere vero per il design, dei videogiochi invece non è chiara la funzione, neanche per chi li crea. Al contrario intervengono altri elementi quali intrattenimento, racconto, emozioni. Per questo i videogiochi si allontanano dal design tradizionalmente inteso e non sono solitamente raccontati in simili mostre. Però, spiega Righi Riva, “penso che Sammicheli si sia accorto che il videogioco rientra a pieno titolo nell’ambito del disegno industriale.”
Engare (Mahdi Bahrami, 2017) image via Steam 2
Così in Text c’è Noctis di Alessandro Ghignola (2000), capolavoro videoludico italiano e opera che ha avuto una grande influenza nella storia del videogioco esplorativo, esperienziale e sperimentale ma che non era mai stata esposta prima. Righi Riva è dovuto andare a rintracciarne l’autore, che non si era più occupato di videogiochi e non aveva seguito la fama della propria opera. In Noctis il giocatore esplora senza obiettivi precisi una galassia, le sue stelle, i suoi pianeti e le sue lune, tutti corpi celesti generati proceduralmente, cioè da algoritmi, in modo semi-casuale. Noctis mostra come “tu possa scrivere un algoritmo dalla forma molto contenuta e a partire da questa formula magica puoi generare una galassia dove puoi incontrare cose che stupiscono te stesso autore della formula magica” afferma Righi Riva, che ha esplicitamente omaggiato l’opera di Ghignola con MirrorMoon EP di Santa Ragione.
Engare (Mahdi Bahrami, 2017) image via Steam 2
Engare (Mahdi Bahrami, 2017) è un videogioco sulla matematica che sta dietro ai pattern, i motivi ripetuti, nell’arte geometrica iraniana, nelle decorazioni dei tappeti persiani e delle moschee. È un videogioco puzzle, diviso in livelli. In ogni livello si trovano figure in movimento e una curva da provare a riprodurre scegliendo un punto sugli oggetti proposti (cerchi, pendoli…) e seguendone la traiettoria tracciata nel suo moto attraverso lo spazio. È come disegnare con uno Spirograph. E, infatti, Engare è anche un software di disegno, perché man mano che lo si gioca si sbloccano gli strumenti che sono stati usati per realizzarne i pattern che a loro volta si possono sfruttare per creare i propri motivi, che è poi possibile esportare come immagini o modelli 3D. Engare, afferma Righi Riva, mostra “l’impatto di un’azione minima su sistemi complessi.”
Device 6 (Simon Flesser, Magnus “Gordon” Gardebéck, 2013) image via Simogo
Invece, Device 6 (Simon Flesser e Magnus “Gordon” Gardebéck, 2013) “descrive uno spazio con la grafia del testo,” continua Righi Riva. Usando lo smartphone il giocatore si muove lungo un racconto, un testo che si dipana in varie direzioni, creando bivi e cambiando orientamento, guadagnando multidimensionalità grazie alle potenzialità dell’interfaccia, con bottoni con cui interagire e immagini, video e tracce audio. Si esplora questo spazio-testo alla ricerca degli indizi necessari per risolvere i cervellotici puzzle incontrati da una donna senza memoria, Anna, su un’isola misteriosa. “Non ci sono molti giochi che affrontano il libro come manufatto in maniera così interessante” aggiunge Righi Riva.
Baba Is You (Arvi Teikari, 2019)
In Baba Is You (Arvi Teikari, 2019), come spiega Righi Riva, “manipoli la posizione del testo, questo ne cambia il significato, e questo cambia lo spazio in cui questa manipolazione può avvenire.” Il giocatore interpreta una creaturina chiamata Baba che in ogni livello deve raggiungere e toccare un certo oggetto. Ma le leggi che regolano il comportamento di tutte le entità contenute nei livelli (cosa si possa spingere, se una porta può essere aperta con una chiave, chi si controlla, quale oggetto va raggiunto per vincere…) non sono fisse: sono anch’essi elementi, oggetti del livello stesso. Per esempio, se nel livello si trovano le parole ROCK (“roccia”), IS (il verbo “è”) e PUSH (“spingere”) si possono spingere queste parole e metterle in ordine di seguito componendo l’espressione ROCK IS PUSH. A quel punto, e solo a quel punto, sarà possibile spingere le rocce che si trovano nel livello.

Manipoli la posizione del testo, questo ne cambia il significato, e questo cambia lo spazio in cui questa manipolazione può avvenire.
Infine c’è Song of Bloom (Philipp Stollenmayer, 2019) che, dice Righi Riva, è un’opera che “capisce intimamente come noi processiamo le informazioni, come noi vediamo i segni all’interno delle cose.” Anche Song of Bloom, che è disponibile per smartphone, è un videogioco puzzle, ma qui il giocatore cerca corrispondenze tra scene diverse e le richiama tracciando segni sul touchscreen e manipolando il proprio dispositivo. A un certo punto la protagonista pronuncia una frase che pare perfettamente in linea con Text: “[I] segni: mi fanno vedere il quadro generale” [“The signs—They make me see the bigger picture”]. Song of Bloom, conclude Righi Riva, è “la bellezza di capire perché un tramonto è bello e saper utilizzare quella poetica osservata per interpretare altre cose.”
Song of Bloom (Philipp Stollenmayer, 2019) image via Google Play