Veranda, Cassina, 1983, courtesy Cassina

La flessibilità nella produzione di Vico Magistretti

, 11 giugno 2021

L’inseguimento della massima flessibilità nella progettazione dello spazio domestico – intesa in modo vario e complesso – rappresenta una costante dell’opera di Vico Magistretti. Erede della rivoluzione del Moderno sancita tra le due guerre mondiali, l’architetto milanese ha infatti ragionato per tutta la sua carriera sull’ottimizzazione delle soluzioni abitative e sul concetto di trasformabilità, da coniugare con quel principio di produzione standardizzata che ‒ tanto nell’architettura quanto nel design ‒ si poneva come obiettivo condiviso, sulla scia del Bauhaus e di simili esperienze. Per Magistretti, tale recherche si è verificata soprattutto in due ambiti strettamente connessi – il disegno degli spazi interni e il design dell’arredo – attraversando e interpretando le diverse condizioni sociali, tecnologiche ed economiche della seconda metà del Novecento. 

L’idea di progettare in maniera versatile, adattabile e convertibile va innanzitutto contestualizzata, in modo da coglierne le ragioni e le virtù. Celebri sono ad esempio i “mobili brevettati” che negli Stati Uniti, alla fine dell’Ottocento, offrivano letti, poltrone e divani dotati di meccanismi capaci di modificarne l’utilizzo, in maniera ingegnosa o stravagante, figlia di quel processo di meccanizzazione che dall’agricoltura all’industria provava a sostituire il lavoro manuale con quello automatico. Ben diversa è la smania di flessibilità e trasformabilità inseguita al Bauhaus, specie sotto la direzione di Hannes Meyer, alla fine degli anni Venti: in quel caso lo scopo era ottimizzare e risparmiare, in vista di una produzione di massa capace di elevare gli standard ergonomici ed estetici di ogni cittadino.

Anche nell’Italia dell’immediato dopoguerra, distrutta ma pronta alla rinascita, la flessibilità (intesa in senso lato) è un’esigenza pressante e inderogabile. Il paese ha bisogno di milioni di nuove case, all’interno delle quali inserire tavoli, sedie, letti, armadi, librerie e tutto quanto necessario a una vita dignitosa: una vita in movimento (si auspica verso condizioni migliori) e dunque da attrezzare con arredi altrettanto dinamici per concezione e funzione.

La sfida è difficile ed emozionante. Il giovane Magistretti, laureatosi nel 1945, la raccoglie immediatamente, sul fronte dell’architettura come su quello del nascente design (non ancora industriale). Sono spazi minimi ma ben organizzati e adattabili a varie configurazioni quelli che progetta per i reduci di guerra nel quartiere del QT8 a Milano, primo banco di prova di una riflessione sull’alloggio “minimo” che lo accompagnerà a lungo. Sul fronte dell’arredo, nel 1946 Magistretti affronta invece in termini più letterali il tema della flessibilità per la mostra della R.I.M.A. (Riunione Italiana Mostre Arredamento), allestita al Palazzo dell’Arte di Milano (sede della Triennale), in cui si cercava di dare una risposta agile, economica e potenzialmente moltiplicabile al tema dell’arredo. In quell’occasione, Magistretti progetta una serie di arredi tra cui compaiono alcune librerie e una sediolina di nome Piccy.

Piccy, Fumagalli, 1946 © Archivio Studio Magistretti – Fondazione Vico Magistretti

Nel progetto delle librerie, Magistretti ragiona sull’adattabilità lavorando con tiranti diagonali, montanti, giunti e altri elementi costruttivi capaci di garantire varie configurazioni in ambienti diversi per altezza e profondità. Tra le tre versioni si distingue quella a ripiani spostabili, eseguita dalla Ditta Crespi di Milano. La Piccy, invece, è una sedia pieghevole realizzata con una struttura di faggio e una tela tesa per formare seduta e schienale. Il sistema, che permette di aprirla e chiuderla in pochi secondi, è semplice e originale, tanto da vincere la Medaglia di Bronzo alla VIII Triennale del 1947.

Sono molti altri gli esperimenti che giocano su questi concetti. Il tavolo da pranzo Sending 1, ad esempio, (progettato nel 1951 per l'Atelier Borsani Varedo, in seguito Tecno) con prolunghe laterali e ali ripiegabili, poteva passare dalla forma circolare a quella ovale, e dunque ospitare 4, 6 o 8 persone. 

Sending, ABV, 1951, schizzo di studio © Archivio Studio Magistretti – Fondazione Vico Magistretti

Casa in corso di Porta Romana, Milano, 1962-67 © Archivio Studio Magistretti – Fondazione Vico Magistretti
Casa in corso di Porta Romana, Milano, 1962-67 © Archivio Studio Magistretti – Fondazione Vico Magistretti

I casi citati fanno ancora parte di una fase di “rodaggio” per il Magistretti designer: si dovrà attendere qualche anno affinché i suoi progetti raggiungano una dimensione produttiva più ampia e non limitata a prototipi o piccole serie. La loro importanza è però notevole, se guardata a posteriori. Tali esperimenti danno infatti prova di una precoce ingegnosità e di una forte attenzione per il meccanismo, l’ingranaggio, l’elemento strutturale che – pur considerando la tecnologia sempre come un mezzo e mai un fine – dimostrano la competenza di Magistretti nello sviluppo del design fino ai dettagli più minuti. È, questo, un aspetto che più tardi sarà messo in ombra – in parte da lui stesso, in maniera provocatoria – dalla nota storia del “design al telefono”: «a me piace il concept design, quello che è talmente chiaro che puoi anche non disegnarlo. Molti dei miei progetti li ho trasmessi al telefono». Ma Vico in realtà seguiva il processo progettuale dall’inizio alla fine, e i numerosi brevetti tecnici da lui depositati, così come schizzi ed elaborati grafici, danno prova di una perizia e di un’inventività fuori dal comune.

È interessante notare come i temi della flessibilità, della versatilità e della trasformabilità rimangano sottotraccia, come un fiume carsico, riemergendo a intermittenza (e in forma rinnovata) nei progetti dei decenni successivi, mentre intanto procedono le riflessioni sull’alloggio minimo completamente attrezzato. Nell’edificio di corso di Porta Romana a Milano (1962-67), ad esempio, la flessibilità degli spazi interni è garantita dall’utilizzo di finestre a nastro continue, porte scorrevoli, cucine prodotte in serie, servizi concentrati e integrati, ecc.

Dal contenitore al contenuto: negli anni Settanta Vico Magistretti – la cui attività nel campo del design è suggellata dal Compasso d’oro del 1967 con l’Eclisse – concepisce diversi progetti che lavorano su questi punti. Nel 1972 nasce il divano-letto Siloe, per l’azienda Tisettanta, un divano-letto con letto aggiuntivo estraibile nascosto e cuscini che diventano guanciali. Ma per il coup de théâtre bisogna aspettare qualche mese. 

Casa per abitazioni, corso di Porta Romana 49-51-53, 1962/67, progetto di Vico Magistretti, foto di Pegoraro.

Maralunga, Cassina, 1973
Maralunga, Cassina, 1973

Nel 1973, infatti, Magistretti inventa il divano Maralunga, che con un’idea semplice e geniale rivoluziona per sempre questa tipologia: grazie a un cuscino mobile, poggiatesta e braccioli possono adattarsi a molteplici posture. Non più un divano fisso, ma composto da parti regolabili, adattabili a ogni posizione. Dal 1946, lo scenario è ben cambiato: la flessibilità non è più una risposta alle ristrettezze della ricostruzione, ma piuttosto a un edonismo domestico borghese, di cui fa ormai parte l’ipnosi collettiva del rito televisivo, da celebrare comodamente sul divano.

L’idea del Maralunga, ricordava Vico, «nasce da un bracciolo con un cuscino attaccato. Guardandolo e facendolo oscillare ho pensato di fare un cuscino mobile di testata per un divano e ho scambiato uno sguardo con Cesare Cassina». Leggenda vuole che tutto cominci da un pugno: quello sferrato dall’imprenditore a un prototipo disegnato da Magistretti, che non convinceva. La forza del design: il pugno rompe lo schienale e dà a Vico l’idea del movimento, cambiando la storia del divano. Inizialmente, il meccanismo è costituito da una catena di bicicletta, secondo un sistema brevettato nel 1985. Sarà un grande e lungo successo: vincitore del Compasso d'Oro nel 1979, il Maralunga è ancora uno dei prodotti più venduti di Cassina, reggendo il passaggio dalla generazione di Carosello a quella di Netflix.

Residence Siloe, Milano, 1970-73 © Archivio Studio Magistretti – Fondazione Vico Magistretti
Residence Siloe, Milano, 1970-73 © Archivio Studio Magistretti – Fondazione Vico Magistretti
Maralunga, Cassina, 1973 © Archivio Studio Magistretti – Fondazione Vico Magistretti
Maralunga, Cassina, 1973 © Archivio Studio Magistretti – Fondazione Vico Magistretti
Nuvola Rossa, Cassina, 1977 © Archivio Studio Magistretti – Fondazione Vico Magistretti
Nuvola Rossa, Cassina, 1977 © Archivio Studio Magistretti – Fondazione Vico Magistretti

Parentesi: anche se Vico Magistretti si mantenne a debita distanza da certi estremismi progettuali, non va dimenticato l’effetto del radical design sulla concezione del paesaggio domestico di quegli anni. Proprio i temi della flessibilità, della trasformabilità e del libero utilizzo dell’arredo stanno infatti alla base di icone del design radicale, come dimostra il divano componibile Superonda di Archizoom, del 1967.

Sulla scia del Maralunga, l’architetto milanese progetterà anche la serie Veranda, sempre per Cassina (1983). Proprio come la veranda di casa rappresenta uno spazio ibrido tra interno ed esterno, capace di offrire usi molteplici e non canonici, la poltrona e il divano di questa serie invitano a una gamma più vasta di posizioni – da quella seduta a quella orizzontale – grazie allo schienale e al sedile ripiegabili che diventano poggiatesta (come nel Maralunga), poggiagambe e poggiapiedi.

Nella libreria Nuvola Rossa, disegnata per Cassina nel 1977 e ancora in produzione, torna invece l’idea di un’impalcatura strutturale in legno simile concettualmente alle librerie del 1946, ma anche alla Piccy per la possibilità di aprirla e chiuderla come una sedia a sdraio. Nonostante il nome, che deriva dal personaggio di un romanzo di Emilio Salgari (il profilo può ricordare una tenda indiana), Nuvola Rossa nacque in faggio naturale.

Veranda, Cassina, 1983, courtesy Cassina

Veranda, Cassina, 1983. © Archivio Studio Magistretti – Fondazione Vico Magistretti

Broomstick, Alias, 1979 (lampada mai realizzata) © Archivio Studio Magistretti – Fondazione Vico Magistretti
Broomstick, Alias, 1979 (lampada mai realizzata) © Archivio Studio Magistretti – Fondazione Vico Magistretti

Seguono un simile approccio, negli stessi anni, gli arredi pieghevoli della serie Broomstick (1979) per Alias, fatti (come dice il nome, suggerito dal designer americano George Nelson) con dei semplici manici di scopa assemblati. L’idea venne a Magistretti dalla necessità di arredare il suo piccolo appartamento di Londra, dove egli insegnerà per molti anni al Royal College of Art. L’allusione a pratiche di autocostruzione e l’aspetto cheap potrebbero forse evocare alcuni degli esperimenti sull’arredo promossi al Bauhaus, o addirittura la celebre proposta di Enzo Mari per una autoprogettazione, di qualche anno precedente. Se il primo riferimento troverebbe riscontro in una concezione dell’abitare spogliata di ogni rigidità e pesantezza, in Magistretti non troviamo però quella critica al sistema che è invece alla base del progetto di Mari. Piuttosto, la serie Broomstick fu un tentativo (allora fallito dal punto di vista di riscontro commerciale) di introdurre nell’ambiente domestico borghese un sistema di arredi semplici, smontabili e soprattutto ironici nel loro modo – quasi dadaista – di rielaborare un objet trouvé.

Infine, negli Novanta e Duemila, ovvero nell’ultimo (e ancora fertile) tratto della sua carriera, Magistretti insiste ancora più a fondo sul tema della trasformabilità grazie all’incontro con Claudio Campeggi, che dagli anni Settanta guidava l’azienda fondata dal padre, inseguendo ostinatamente l’idea del mobile flessibile, versatile, multiuso, polivalente e leggero. Per Campeggi, Vico progettò Ostenda (1994), una poltrona che diventa dormeuse in un attimo e si trasporta su ruote; la sedia Kenia, che si piega e trasporta grazie a un’impugnatura simile a quella dell’ombrello (l’oggetto che più di ogni altro Magistretti avrebbe voluto inventare); il divano-letto Ospite (1996), che si chiude in due fino quasi a scomparire nello spessore di soli 13 cm; e molti altri ancora.

Dalla Piccy al Maralunga, dal Veranda all’Ostenda, Magistretti ha creato una folta ed eterogenea serie di progetti transformers: arredi (e anche architetture) capaci non solo di trasformare sé stessi in base ai nostri bisogni quotidiani, ma soprattutto in grado di suggerirci che non esiste una singola possibilità nel nostro modo di abitare lo spazio, e dunque la nostra vita.

Kenia, Schizzo, Campeggi, courtesy Campeggi

Ostenda, Campeggi, 1994

Ospite, Campeggi, 1996, courtesy Campeggi

Crediti

La mostra Vico Magistretti. Architetto milanese è resa possibile anche grazie al generoso contributo del Main Partner Cassina.

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