Saul Steinberg, Cover of The New Yorker, Mar.29, 1976 © The Saul Steinberg Foundation /Artists Rights Society (ARS), New York 

Saul Steinberg, Cover of The New Yorker, Mar.29, 1976 © The Saul Steinberg Foundation /Artists Rights Society (ARS), New York 

Il professore Antonio Monda riflette su come e quanto Saul Steinberg sia stato influenzato dalla città di New York

18 febbraio 2022

Pochi nomi come quello di Saul Steinberg evocano immediatamente la città di New York, grazie soprattutto alla sua opera più famosa, View of the World from 9th Avenue, che venne utilizzata come copertina del “The New Yorker” il 29 marzo del 1976. 

Con una distorsione della prospettiva, insieme drammatica e leggera, rivoluzionaria e ironica, il disegno immagina un panorama che parte da Manhattan e, attraversando gli Stati Uniti, arriva sino alla Russia, alla Cina e al Giappone. È un disegno semplice e geniale, che ci dice molto sul suo modo di concepire il mondo, e propone due affermazioni forti e inequivocabili all’interno di un’opera apparentemente lieve: New York viene celebrata come la capitale del pianeta anche quando è immortalata in una delle zone meno glamour di Manhattan, e Steinberg, in piena guerra fredda, rifiuta di riconoscere l’Unione Sovietica, utilizzando invece il nome Russia.

Saul Steinberg, Senza titolo, 1949-54  The Saul Steinberg Foundation, New York © The Saul Steinberg Foundation/Artists Rights Society (ARS) New York 

Ho sempre considerato View of the World from 9th Avenue come un simbolo dell’orgoglio newyorkese, e non mi sfugge il fatto che Steinberg sia approdato in città a ventotto anni, dopo averne passati venti in Romania, Paese nel quale è nato, e poi otto in Italia, dove studiò architettura al Politecnico di Milano. Questo itinerario esistenziale pone una serie di domande: per conoscere l’intima essenza di un luogo è necessario provenire da fuori? Mi viene in mente quanto hanno fatto a proposito di Roma il riminese Federico Fellini con La dolce vita e il napoletano Paolo Sorrentino con La grande bellezza. Nel caso di Steinberg ci sono però almeno altre due varianti: New York rappresenta infatti un caso a parte, essendo la città nata per accogliere, come recita la poesia di Emma Lazarus The New Colossus ai piedi della Statua della Libertà. Rappresenta poi un’ulteriore eccezione il fatto che Steinberg fosse ebreo, discendente quindi da un’infinita tradizione di diaspora. 

Senza voler in alcun modo proporre un paragone, posso testimoniare di avere in comune con questo grande artista il fatto di essere arrivato a New York intorno ai trentanni, e di aver trovato una madre adottiva, che, in quanto tale, è esigente e severa, ma anche affidabile e interessata a valorizzare i talenti di chi l’ha scelta.  Non ho subito la vergogna dell’antisemitismo né vissuto la tragedia della guerra: da quando vivo negli Stati Uniti i momenti più traumatici sono stati l’undici settembre, la guerra in Iraq, la crisi economica del 2008 e, per quanto mi riguarda, la presidenza Trump, con la coda vergognosa della profanazione di Capitol Hill. Ovviamente, insieme c’è stata  anche un’infinità di momenti felici, durante i quali non ho mai smesso di interrogarmi sul tema dell’identità, centrale anche nel percorso di Steinberg. 

Cosa diventiamo quando cambiamo luogo in cui viviamo, e minimizziamo la consuetudine con le persone e i posti che amiamo? Il mio trasferimento negli Stati Uniti ha coinciso con l’avvento di Internet, e ciò ha attenuato il peso dell’emigrazione, che porta con sé sempre un elemento doloroso, anche nei casi in cui è alleviata da eventuali gratificazioni lavorative o di altro tipo: dai tempi in cui Steinberg ha scelto New York, il mondo è diventato più piccolo, ma non è cambiato nessuno dei riferimenti cardinali di ogni percorso esistenziale. 

Saul Steinberg, Senza titolo, 1953 © The Saul Steinberg Foundation/Artists Rights Society (ARS) New York 

Studiandone la biografia mi sono chiesto che peso abbia avuto, sia nell’uomo che nell’artista, l’esperienza milanese, e quanto sia stato arricchito dal rapporto con Gio Ponti, Aldo Buzzi, Cesare Zavattini, Giovanni Guareschi e Achille Campanile: la notevole diversità, anche politica, di queste personalità ne testimonia la grande libertà intellettuale. Per me ciò ha rappresentato una grande lezione, come anche l’intelligenza con cui ha saputo dialogare, una volta giunto a New York, con la crema del mondo americano, da Saul Bellow a Kurt Vonnegut, per non parlare di Alexander Calder o John Updike: ancora una volta si è trattato personalità spesso agli antipodi. 

Certo, è stato aiutato dal fatto di aver realizzato ben 642 illustrazioni e 85 copertine per il The New Yorker, ma è evidente che la sua non è stata mai ricerca di mondanità, o volontà di conquistare un mondo di eletti, bensì l’esigenza di allargare i propri orizzonti e di crescere attraverso uno scambio culturale. C’è un terzo insegnamento, estremamente significativo: Steinberg è diventato un autentico newyorkese senza perdere mai nulla della propria identità. Anche in questo caso, è stato aiutato dall’unicità di New York, ma è stata totalmente sua la volontà di essere allo  stesso tempo ebreo, rumeno, milanese e newyorkese. 

Steinberg sapeva bene che coloro che vivono un’esperienza di emigrazione sono come le piante, che per poter crescere si allontanano dalle proprie radici alla ricerca del sole, e solo allora riescono a dare i propri frutti. Ma sapeva ancor meglio che troncare le proprie radici equivale a morire, mentre ogni sua scelta è andata nella direzione dell’energia, della vitalità, del rispetto e della celebrazione della propria intimità.

È questo il motivo per cui View of the World from 9th Avenue è il suo capolavoro: non diversamente da quanto ha fatto con quel disegno, la sua scelta esistenziale, e conseguentemente artistica, parte da un cambiamento drammatico e leggero di prospettiva.

Antonio Monda

Antonio Monda
Antonio Monda è uno scrittore e docente italiano. Insegna presso il Film and Television Department della New York University e collabora a varie testate giornalistiche, tra le quali La Repubblica, La Stampa, Vogue, RAINews 24 e RaiPlay.

Crediti

Questo articolo è parte della serie di cartoline commissionate da Triennale Milano a diversi artisti e autori per omaggiare la figura di Saul Steinberg.

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