Bocca, Studio65

Divano Bocca di Studio65 allestito nel Museo del Design italiano, 2021, © Triennale Milano

Gli oggetti del Museo del Design italiano raccontati dai designer che li hanno ideati

24 agosto 2021

Franco Audrito di Studio65 racconta il divano Bocca

"Il divano Bocca si chiama così perché ha la forma di due labbra. Qualche volta ha avuto altri nomignoli, come Marilyn, in omaggio a Marilyn Monroe, facendo un po’ il verso a Salvador Dalí, che aveva fatto il ritratto di Mae West.

Bocca nasce perché eravamo stati incaricati di progettare il centro estetico American Contourella, a Milano. Noi, giovani architetti appena laureati, abbiamo pensato di fare un progetto critico e ironico che prendesse un po’ in giro quella nuova società dell'immagine che stava nascendo e che privilegiava l’apparire rispetto all’essere. Ed era critico soprattutto nei confronti del mito della carta patinata e del voler assomigliare sempre di più a modelle o ad attori, quasi ad assumerne l’identità.

Tutti i progetti dello Studio65 nascono non perché commissionati da un’industria ed essere prodotti in serie, ma sono concepiti come oggetti per interni, per arredamenti, oppure come progetti per concorsi. Il divano nasce come mobile d’ingresso di questo centro estetico, che chiamammo Il tempio della bellezza mentre il divanetto divenne la Dea della bellezza, rappresentando perciò quella bellezza senza cervello che privilegia l’apparire rispetto all’essere.

Bocca è stato disegnato di una particolare dimensione – 1,80 m di larghezza – ma, quando lo abbiamo visto nell’ingresso, come Dea della bellezza figurava piccolino. Decidemmo di riportarlo nel laboratorio artigiano della Gufram dove era stato realizzato per riproporlo in una dimensione più proporzionata per il ruolo che stava assumendo. Mentre veniva rifatto passò un importatore americano di oggetti di arte e design. Non appena lo vide disse: “Ne voglio dieci copie!”. Era stato scolpito a mano e quindi ne scolpimmo altre dieci copie perché fossero spedite in America. Dopo pochi mesi ce lo ritrovammo su un numero di “Life” a doppia pagina, con Marisa Berenson sdraiata sopra. E da lì, attraverso la carta patinata, venne lanciato.

Noi dello Studio65 riteniamo che il divano Bocca sia un po’ come una figlia, qualcosa che abbiamo fatto, di cui abbiamo la paternità, ma siamo sempre attenti e contenti dei successi che invece riscuote molto al di là di chi ne ha fatto il progetto.

Quando il divano è sulle scene, sotto gli occhi dei fotografi e i paparazzi sparano le loro luci, io mi piazzo in platea e guardo ammirato questa “figlia” che ha avuto successo e, al colmo della felicità, do di gomito al mio vicino e gli dico: “Eh, lo sa? Io sono il padre!”."

Bocca ©Gufram

Marco, Sergio Asti
Marco, Sergio Asti

Sergio Asti racconta il vaso Marco

"Questo vaso si chiama Marco perché porta il nome del mio primo figlio, che è nato nel 1961. Il vaso è nato come una specie di scommessa nei confronti della Salviati. Durante una cena data a Venezia nel 1961 per l'anniversario del ICSID, io ero al tavolo con Albe Steiner e altri colleghi e c’era anche una persona, che io non conoscevo, della Salviati, la quale, alle mie rimostranze rispetto alla usuale produzione dei vetri muranesi, alla fine della cena mi ha preso sottobraccio e mi ha detto: “Lei, che parla così poco bene di quello che facciamo noi come di tutti i vetrai a Murano, si sentirebbe di fare qualcosa per noi?”. La mia risposta è stata, seppur con un brividino sulla schiena, positiva. Dopodiché è passata qualche settimana e ci siamo sentiti telefonicamente, mi hanno invitato a Venezia e la mia risposta è stata: “Sì, ma alla condizione che io possa imparare il vetro, ovvero conoscerlo approfonditamente come mate- riale, come composizione, come reazione, come modo di comportarsi... Come si dovrebbe fare con tutti i materiali...”. Ho passato più di quindici giorni in vetreria a Murano per capire con cosa avessi a che fare, poi mi sono cimentato nel fare un piccolo schizzo, un’indicazione per un vaso che ancora non prevedeva il risultato che conosciamo adesso, ma presentava semplicemente un ribasso a metà strada, diciamo un anello. Poi la cosa si è perfezionata e si è passati a una primissima realizzazione, facendo una forma in legno e soffiandoci dentro il vetro per vedere cosa ne veniva fuori. La mia insoddisfazione fu totale.

Ho ripreso quindi la matita in mano per indicare con la maggior precisione possibile che cosa pensavo di avere in mente. È stata quindi modificata la forma in legno, è stato soffiato il vetro all’interno, dopodiché ho visto come si presentava. Una volta soffiato il vaso, messo il puntello metallico alla base e tenuto in verticale, ho visto come il vetro incandescente si abbassava naturalmente e lentamente per gravità. Fintantoché, a un certo momento, ho detto al Maestro di fermarsi ed è venuto fuori il vaso Marco.

La sua caratteristica è quella di presentare in un oggetto realizzato artigianalmente – ma con la velleità di essere riproducibile in più esemplari, quindi direi quasi industrialmente – un materiale che, per sua natura, non consente di essere trattato per ottenere certi particolari, come il sottosquadra, che in industria non si potrebbero mai ottenere se non attraverso operazioni di particolare complicazione. In questo caso invece otteniamo vasi in vetro che sono sempre diversi uno dall’altro. Anche questa è una caratteristica da non sottovalutare: nessun vaso Marco può essere uguale agli altri, proprio per via di questi particolari sottosquadra che si ottengono però conoscendo e avendo vissuto di persona come si muove il materiale, una volta incandescente e quindi malleabile e trasformabile in qualcosa di diverso."

Marco, Sergio Asti

Umberto Riva racconta la lampada E 63

"Nel 1963 Artemide aveva indetto un concorso di lampade e io vi partecipai con due proposte, da tavolo e sospensione, ma non furono selezionate. Però... beh, direi questa è un po’ una mia lampada pilota, che poi ho sviluppato e prodotto con altre ditte. Infatti ha una lunga vita perché ha cominciato con la Rinascente, è passata a una ditta di Brescia, quindi da Francesconi nel 1969 e poi da Scorzè, per approdare a FontanaArte, mentre adesso è stata di nuovo riproposta, prima da Antonia Jannone e, da un anno circa, da Tacchini. Perciò dico che ha una lunga vita!

Per quanto riguarda il nome, dunque: 63 fa riferimento all’anno di progettazione, mentre la E è l’eredità di una catalogazione fatta con Francesconi. E c’è pure una curiosità: nell'ultimo remake del film Blade Runner, ambientato nel 2049, la mia lampada è inserita in questi interni domestici futuribili, il che mi sembra di ottimo auspicio per un tale progetto!"

E 63, Umberto Riva

Pratone ©Gufram
Pratone ©Gufram

Pietro Derossi racconta Pratone, realizzato insieme agli architetti Giorgio Ceretti e Riccardo Rosso

"Il Pratone è stato disegnato nel mio studio di Torino con gli architetti Giorgio Ceretti e Riccardo Rosso, a quel tempo miei preziosi collaboratori. Il progetto è risultato vincitore del concorso Sintesis Idee 70. Questo Pratone è in poliuretano. Il poliuretano era a quel tempo un materiale nuovo venuto dall’America. Era costituito da due componenti che, inseriti contemporaneamente in un calco, anche complesso, ne producevano la forma finita. Questa qualità era ed è assai seducente ancora oggi. Questa nascita semplice e versatile pareva potesse concorrere con i prodotti della natura e sostituire il paesaggio naturale. La sperimentazione di questo concetto è stato il movente del progetto Pratone, una sfida alla naturalità della natura giocando sulla riproduzione formale di un elemento, alterandone le dimensioni consuete. Credo che il grande successo di questo oggetto (che è presente in almeno 10 musei americani ed europei) derivi da una certa perplessità del vedere la distruzione dell’oggettività della natura. Una perplessità che può produrre gioia e dolore, ad esempio aprendo nuovi orizzonti: la storia del gesto “sdraiarsi nel prato!”.

Senza usare tecnologie complesse il Pratone ci fa riflettere sulle possibilità future che delle creazioni artificiali possano realmente minare il fascino della stabilità della natura, quella natura che oggi tutti vogliamo difendere. Se con le nostre azioni sconsiderate uccidessimo la natura potremmo poi ricostruirla artificialmente? Un pensiero molto pericoloso, tema centrale, fra l’altro della XXII Triennale di Milano. A questi pensieri ci rimanda il Pratone."

Paolo Lomazzi racconta la poltrona Blow, realizzata insieme a Jonathan De Pas e Donato D'urbino

"Come gran parte dei nostri oggetti, progettati per la casa, la poltrona Blow nasce dall'idea di un abitare fresco, permissivo, ludico e a volte, se ci riusciamo, sorprendente. Vicina all’ideale teorico espresso da Marcel Breuer che diceva “un soffio d’aria su cui adagiarsi sarà prima o poi il futuro dei divani”, la Blow per noi è stato il primo passo nella ricerca sulle strutture pneumatiche che ci ha portato alla realizzazione di una serie di cupole pressostatiche; una ricerca che è culminata con il progetto per il concorso per il Padiglione italiano all’Esposizione Universale di Osaka e alla realizzazione del tunnel della XIV Triennale di Milano, una tecnostruttura a ponte lunga 60 metri."

Blow, Paolo Lomazzi, Jonathan De Pas e Donato D'urbino

Blow, Paolo Lomazzi, Jonathan De Pas e Donato D'urbino

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