Incontri musicali

10 settembre 2020

Sono una direttrice d’orchestra senza più concerti per cui prepararmi. Il 10 marzo ho concluso una serie di quattro performance dello show Wall-to-Wall Percussion di Vern Griffith con la Winnipeg Symphony Orchestra, per la quale lavoro come Assistente alla direzione d’orchestra. Nel giro di pochi giorni, più di 5.000 fra studenti, insegnanti e famiglie si erano riunite per divertirsi e approfondire la conoscenza degli strumenti a percussione in un’affollata sala da concerto, mentre dirigevo l’orchestra che eseguiva musica di John Williams, Modest Mussorgsky e Tchaikovsky. In quel momento non c’erano casi di covid-19 in Manitoba e nessuno avrebbe mai pensato che quello sarebbe stato l’ultimo concerto insieme per molti mesi. Soltanto pochi giorni dopo è stato registrato il primo caso del nuovo Coronavirus nella provincia e i miei futuri concerti, tra cui opere, concerti pop e performance di studenti, sono stati annullati uno ad uno. Non so quando sarà la prossima volta che salirò su un podio davanti a un’orchestra sinfonica dal vivo.

Non faccio più ciò che in tempi normali definisce il mio lavoro, eppure chi mi circonda continua a ricordarmi che la mia professione di musicista è ancora preziosa. Gli amici e la famiglia mi dicono quanto li rendono felici le #songsofcomfort di Yo Yo Ma, le trasmissioni dell’Orchestra filarmonica di Berlino e i video di performance in casa pubblicati su YouTube. Sono la direttrice musicale di Sistema Winnipeg, un programma sociale che offre lezioni musicali gratuite per il dopo scuola a ragazzi nelle aree più povere della città. I nostri studenti ci dicono che si sentono annoiati, soli, confusi e spaventati, ma che suonare i loro strumenti li fa divertire e sentire parte di una comunità e di una routine. A New York i musicisti si esibiscono per i pazienti affetti da Coronavirus usando il cellulare, in Italia i video di cantanti amatoriali che cantano a gran voce brani d’opera dai balconi sono diventati virali. La musica ha la capacità di soddisfare così tanti bisogni essenziali: rafforza la nostra capacità di ascoltare e farci sentire ascoltati, espande la nostra immaginazione, crea un modello per un mondo migliore, nutre il nostro senso di comunità e unisce le persone.

Eppure, analizzando più a fondo l’abilità della musica di soddisfare i nostri bisogni, non sono convinta che limitarsi ad ascoltarla sia sufficiente. Ursula K. Le Guin scrive: “È quello che ci si aspetterebbe da un essere umano, mettere da parte qualcosa che si desidera, perché è utile, commestibile, o bello, in una borsa, o in un cestino, o in un pezzo di corteccia o di foglia arrotolata, o in una rete tessuta dei propri capelli, o in quello che si ha, e poi portarlo a casa”. Per Le Guin, la soddisfazione che un oggetto offre non sta solo nei bisogni che soddisfa, ma anche nella raccolta stessa e nel recipiente in cui viene contenuto. Secondo l’antropologa Elizabeth Fisher, “il primo dispositivo culturale è stato probabilmente un recipiente”.

C’è un enorme impulso creativo in questo momento e sono grata a tutti gli incredibili artisti e musicisti che realizzano nelle loro case nuove opere e performance ispiratrici, impellenti e bellissime in questi tempi difficili. Tanto urgente quanto la creazione di nuove opere, tuttavia, è l’opportunità di raccogliere e riunire le opere esistenti: sia per consumarle, sia per condividerle, sia per conservarle per il futuro. “Se non hai qualcosa in cui metterlo, il cibo ti sfugge”, scrive la Le Guin, lo stesso vale per l’arte, e la selezione e conservazione della musica permette di nutrircene in modo duraturo.

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La selezione e conservazione della musica può assumere molte forme, da una compilation scelta amorevolmente per un amico, a una collezione di dischi in lenta espansione, alla programmazione stagionale di un’orchestra. È cura e attenzione, amare e sostenere sia la musica stessa sia coloro a cui viene offerta. Questo è ciò che tutti noi facciamo mentre guardiamo, ascoltiamo e leggiamo, portando l’arte nelle nostre case: portiamo queste offerte a noi stessi e lasciamo che esse si mescolino l’una con l’altra nella busta della spesa del nostro spazio domestico.

Cercare, selezionare e riunire la musica in casa è anche un modo per dare un senso al mondo. Ogni raccolta di opere pone nuove domande e suggerisce nuove idee. I nostri incontri musicali improvvisati a casa trascendono facilmente i confini reali e immaginari che pongono limiti agli auditorium, agli spazi per concerti e alle stazioni radio; la musica nel mio salotto passa facilmente dai brani di musica classica che eseguo al pianoforte, al K-Pop che i miei giovani studenti mi hanno chiesto di trascrivere per gli archi, al nuovo festival musicale sperimentale che trasmetto in streaming sul mio portatile, alla musica elettronica che accompagna i miei video di allenamento in casa.

Ursula K. Le Guin

“È quello che ci si aspetterebbe da un essere umano, mettere da parte qualcosa che si desidera, perché è utile, commestibile, o bello, in una borsa, o in un cestino, o in un pezzo di corteccia o di foglia arrotolata, o in una rete tessuta dei propri capelli, o in quello che si ha, e poi portarlo a casa.”

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In questo momento in cui i luoghi di ritrovo fisico per la selezione e conservazione della musica, gli auditorium e i festival, sono chiusi, altre forme di attenzione per la musica offrono un luogo di conforto con un ampio potenziale politico. C’è molto che spero impareremo e custodiremo da questa esperienza. Possiamo mantenere questa attenzione ottimizzando e semplificando gli algoritmi delle playlist di Spotify? Porteremo nella sfera pubblica l’eclettismo della musica che ci tiene compagnia durante questi interminabili giorni a casa?

Mi manca anche la serendipità della ricerca di nuova musica che può avvenire solo di persona, in scoperte casuali nei negozi di dischi e nei concerti live a sorpresa di band sconosciute nei locali. Considerato l’enorme impatto negativo che la pandemia sta avendo sulle organizzazioni di arti performative, per le quali la perdita di biglietti è ora aggravata dai tagli ai finanziamenti per le arti da parte dei governi di tutto il mondo, sono preoccupata per la sorte che spetterà alle performance musicali dal vivo. Mi manca la sensazione di essere in una sala da concerto e la magia dell’orchestra sinfonica, che mi ricorda sempre che il tutto può essere davvero molto più grande della somma delle sue parti. C’è un incanto nella presenza fisica e nella condivisione di onde sonore con altri corpi che non può essere sostituito da proxy digitali.

Se riconosciamo che la musica è un bene che teniamo di scorta, possiamo continuare anche a trovare luoghi in cui raccoglierla, soprattutto quando non possiamo riunire i nostri corpi per viverla insieme. In un momento in cui la fragilità del nostro corpo e della nostra salute è più esposta, prestiamo attenzione alla selezione e conservazione della musica come un modo per occuparci di noi stessi e degli altri, e per preservare e proteggere le cose che amiamo e di cui abbiamo bisogno per il futuro.

Crediti

Questo testo è stato pubblicato originariamente su thesitemagazine.com in occasione dell numero speciale Provisions: Observing and Archiving COVID-19, curato da Matthew Claudel. La collaborazione con The Site Magazine fa parte di DIARIO 2022, il progetto editoriale che racconta il percorso di avvicinamento alla XXIII Triennale di Milano.

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