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Triennale Milano
arienti
Stefano Arienti, autoritratto, courtesy l'artista

Pittura italiana oggi: intervista a Stefano Arienti

12 gennaio 2024
La collettiva Pittura Italiana oggi, curata da Damiano Gullì, presenta una panoramica sul continente-pittura italiano mappandolo attraverso le opere di 120 artisti che adoperano il medium pittorico nelle sue più disparate espressioni e formati. La mostra, grazie a una generosa selezione di artisti nati tra il 1960 e il 2000, offre la possibilità di ravvisare nei vari percorsi autoriali temi e tratti comuni al lessico “italiano”ponendo in relazione le varie espressioni nazionali anche con influenze e paradigmi di altre culture.Si conferma quindi, come già nella storia passata della pittura inItalia, uno spazio non tanto di conservazione dei caratteri nazionali quanto di sperimentazione e assorbimento di altre “frequenze”.
È pur vero che esistono e persistono approcci inscrivibili nella più pura tradizione della cultura pittorica italiana che vede nella dimensione mentale e di sintesi, una sorta di posizione “concettuale”, anticipatrice nella storia dell’arta italiana di quella tendenza alla quale rimanda il termine stesso. Ed è proprio ponendosi in posizione dialettica con i codici del concettuale che artisti nati dopo gli anni Sessanta hanno rivisitato il medium pittorico con esiti formali nuovi e inattesi.
Pittura italiana oggi, installation view
Tra gli artisti in mostra, Stefano Arienti (Asola, 1961) è una delle figure chiave per intendere lo sviluppo della cultura visiva che dalla fine degli anni Ottanta in poi ha caratterizzato i linguaggi e gli approcci formali della scena artistica italiana contemporanea. Pochi artisti, come Arienti, hanno interrogato così radicalmente il ruolo dell’immagine, avvicinandosi a essa e alla pittura con analitica sensibilità. Ad Arienti ho posto qualche domanda per approfondire il tema dell’opera che espone nella mostra in Triennale e, più in generale, la sua pratica artistica.

Stefano Arienti (Asola, 1961) è una delle figure chiave per intendere lo sviluppo della cultura visiva che dalla fine degli anni Ottanta in poi ha caratterizzato i linguaggi e gli approcci formali della scena artistica italiana contemporanea.
Partiamo dal lavoro esposto nella mostra in Triennale Pittura Italiana oggi; ci racconti la sua genesi e da quali riflessioni sul gesto pittorico muove?
Ospedale a Saint-Rémy (da Vincent Van Gogh), è un’opera recente che appartiene a una tipologia di opere iniziata nel 1989, i “pongo”. Era un periodo in cui, da giovane artista, condividevo lo studio con Amedeo Martegani, il quale all’epoca ritoccava riproduzioni di quadri antichi con pennellate di pittura a olio. L’opera in Triennale non è dipinta con pittura e pennelli ma consiste in una riproduzione fotografica (infedele per colori e dimensioni) di un’opera di Vincent Van Gogh. Su questa fotografia, che mi serve per stampare un oggetto contemporaneo, un manifesto, opportunamente montato su un supporto rigido, ho sovrapposto con abbondanti ditate di cera per modellare l’immagine. Il colore del pongo sul manifesto riprende quello delle pennellate originali, e spesso è impastato direttamente in fase di applicazione. L’effetto materico della cera-pongo enfatizza la terza dimensione delle pennellate ingrandite dalla riproduzione fotografica. A prima vista è molto difficile distinguere il mio intervento dalla pittura riprodotta nella fotografia. L’effetto finale è quello di un dipinto molto materico, che enfatizza il colore, un restauro paradossale a metà strada fra parodia e omaggio.
Stefano Arienti, Ospedale a saint-rémy (da Van Gogh), 2022

L’effetto finale è quello di un dipinto molto materico, che enfatizza il colore, un restauro paradossale a metà strada fra parodia e omaggio.
Osservando la selezione delle opere esposte, la gamma infinita di espressioni e soluzioni adottate dai vari autori coinvolti in mostra, parrebbe che la pittura sia quasi un pretesto per indicare un medium evocato più spesso in termini concettuali che materiali. La tua ricerca in tal senso è a mio avviso fondamentale per cogliere la trasformazione di questa pratica fin dai primi anni Novanta in Italia: ti senti ancora legato “idealmente” all’idea di pittura?
Una dimensione “concettuale” della pittura e delle opere d’arte in generale fa parte del nostro contesto contemporaneo e ha radici che affondano nei secoli, non credo di aver contribuito più di tanto a un processo storico che ha tanti protagonisti, io semmai ho sempre avuto un atteggiamento disinvolto ed esplicito, proponendo opere che si potessero leggere da diverse angolature. Sono molto legato alle immagini e mi considero un artista visivo, anche la pittura nelle sue diverse tradizioni mi piace moltissimo. 
A tuo avviso è importante il dato generazionale quando si esplora il macro-continente della pittura in Italia? Artisti della tua generazione presenti in mostra si sono riavvicinati al tema dell’immagine e alla figurazione, con diverse sensibilità (penso ad esempio ad Alessandro Pessoli, Margherita Manzelli e altri) in un momento storico nel quale non era scontato farlo, individuando un punto di osservazione autonomo: equidistante sia da una forma già manierista di Arte Povera sia dalla pura espressione della Transavanguardia. Trovi quindi che la tua arte sia stata anche un’esigenza di individualità in qualche modo legata a una sensibilità comune?
Aver avuto in Italia due esempi così intensi di qualità dell’immagine come quelli proposti da Arte Povera e Transavanguardia è stata una ricchezza, ma non è da meno la pittura che in Italia si poteva incontrare, con tante individualità molto forti e originali difficilmente classificabili, come Salvo e Luigi Ontani o Carol Rama e Carla Accardi… Non sono stato il solo a confrontarmi con immagini del presente e del passato e mi da’ conforto sentire che miei coetanei lavorano accanto a me. 
Stefano Arienti, Palazzo Dario (da Claude Monet)
Scorrendo la tua vasta produzione colpisce quanto differenti possano apparire i tuoi lavori realizzati con tecniche diversissime tra loro: su carta, con pittura acrilica, collages, ready-made, opere materiche, installazioni, ambienti… eppure il ruolo dell’immagine è sempre centrale, anche quando questa è espansa nello spazio e trasfigurata. Si può affermare che tu custodisca una certa fede per l’immagine?
Le immagini mi piacciono sempre, ma non le separo mai dagli oggetti che le portano, posso dire di amare il lato visuale e materiale delle cose.   Anche quando le immagini ci sembrano immateriali in realtà sono sempre contenute in qualche dispositivo fisico, che sia elettronico o biologico. 
Sempre a proposito di immagini mi ha colpito leggere un tuo testo che fu pubblicato sul catalogo Toujours Mensognes del 1993: 
“Esistono zone protette dove le immagini non hanno un preciso copyright. Le immagini se ne stanno stipatissime. Hanno il diritto di non essere quelle dello spettacolo quotidiano. Non ti devono raccontare nessuna particolare informazione. Sono solo un esempio. Qualcuno se le sceglie e te le offre solo come esempio. C’è una selvatichezza naturoide di qualcosa che si perde. Non ti sei accorto di aver perso qualcosa, hai già forse perso la selvatichezza del tuo occhio? Non ti accorgi di quanto ti sai tenere compagnia? Le immagini sono vive. Quanta incredibile compagnia, quando ci si accorge della loro presenza fisica. Quanto generoso erotismo! A patto di volersi tuffare nella loro materia. Le immagini sono come gli animali, si fanno capire senza dire una parolaMi chiedevo se per te questo rapporto così naturale, empatico, con quelle immagini che descrivi come se fossero “allo stato brado” fosse cambiato in un contesto fortemente mutato dall’iconosfera digitale?
Viviamo sempre più in una dittatura delle immagini: cosa vediamo e come lo vediamo è abilmente costruito per indirizzare il nostro consenso, sia di cittadini che di consumatori. Ma questo non è solo il destino del visuale, anche nell’informazione non siamo messi bene.
Stefano Arienti, Pesca in Primavera (da Van Gogh)
Osservando la mostra mi è sembrato di notare come la figura umana, il corpo, quando presente è (quasi) sempre un corpo immaginario, deformato, riformato, surrealista, simbolista o un avatar… Nella tua arte che rapporto e che sguardo applichi verso il corpo, anche in sua essenza?
La presenza di un corpo fisico è tangibile in alcuni cicli specifici di opere, in particolare quelle dedicate al nudo e al ritratto. Ma più che opere pittoriche si tratta di disegni o immagini legate alla fotografia.
Stefano Arienti, Vaso di rose (da Van Gogh), 2021
Prima dicevamo di come la tua generazione abbia rinegoziato il rapporto con la pittura venendo da una tradizione (quella di Arte Povera) che ha pesato a lungo su altre forme di racconto artistico, soprattutto in Italia. Guardando oggi a questa selezione appare evidente come a livello internazionale la dimensione del “quadro”, pittorico o meno, sia tornata prepotentemente ad affermarsi. A tuo avviso è la dimostrazione di una immortalità del medium o di una sua più efficace restituzione commerciale?
I quadri si vendono e sono da sempre una quota insostituibile del mercato dell’arte. Ma gli artisti non hanno mai smesso di amare la pittura, sia quella che guardano sia quella che hanno piacere di dipingere. Semmai fotografia, disegno e tecniche digitali sono sempre più in sintonia con la pittura, non ne sono semplicemente l’alternativa.

Gli artisti non hanno mai smesso di amare la pittura, sia quella che guardano sia quella che hanno piacere di dipingere.
Ci sono artisti tra quelli scelti in mostra (che indipendentemente dalla loro età) stanno manifestando qualcosa di “nuovo” o semplicemente più interessante attraverso la loro pratica?
Il carattere di novità e interesse è immancabile nella produzione contemporanea, è quasi impossibile il contrario. Sono solo i falsari che provano a fare il contrario e spesso non ci riescono nemmeno loro.