Globe Theater © londoniamo.com

Dentro, fuori, ovunque: gli sconfinati spazi del teatro

4 maggio 2022

Se per teatro intendiamo un fatto artistico che si realizza in presenza di un pubblico, in un momento e in uno spazio precisi, riconosciamo il “qui e ora” come elemento imprescindibile dell’arte teatrale. L’hic et nunc delle pratiche performative, però, rifiuta una definizione rigida e univoca, offrendoci la possibilità di esplorare le molteplici implicazioni che i concetti di spazio e tempo assumono in relazione al teatro. In questo articolo – guardando alle Improvvisazioni itineranti in Parco Sempione, ideate da Ariella Vidach per la quinta edizione di FOG – ci interroghiamo sulle modalità in cui il teatro abita gli spazi, dilatandone i confini. 

Diciamo che “andiamo a teatro” e, senza soffermarci troppo sulla complessità semantica della parola teatro, diamo per scontato che lo stesso termine possa indicare contemporaneamente sia l’arte performativa in sé sia lo spazio dove essa si concretizza: l’edificio teatrale. Siamo talmente abituati a circoscrivere questa pratica artistica a uno spazio preciso che fondiamo i due elementi in un’unica entità inscindibile: lo spettacolo non può prescindere dal luogo “teatro”, e viceversa.

Peter Brook – The empty space (1968)

“A man walks across this empty space while someone else is watching him, and this all that is needed for an act of theatre to be engaged.”

Il teatro di Thorikos realizzato in età arcaica © listooo.com
Il teatro di Thorikos realizzato in età arcaica © listooo.com

L’esistenza di luoghi specifici deputati alla realizzazione di spettacoli, però, non è una costante di ogni epoca, basti pensare al teatro medievale sacro e profano – che prendeva forma rispettivamente in chiesa e in piazza – o alle prime espressioni di teatralità romana, inscindibili dai circhi e dai ludi circenses.

Nel tempo anfiteatri, edifici di culto, strade, corti e cortili sono stati adibiti a spazi teatrali, sono diventati a loro volta “teatro” di pratiche performative, capaci di trasformarli in qualcosa di altro. Lo stesso edificio teatrale, nei secoli, ha recepito l’evolversi della società che vi si radunava e si è modificato nel tempo, adattandosi alle necessità e al mutare dell’idea di arte performativa.

Nato come edificio aperto – che cercava di porsi come continuum rispetto al paesaggio che lo circondava  –  l’anfiteatro greco, incastonato nei rilievi naturali, è diventato uno spazio circoscritto e autonomo soltanto in epoca romana. Durante l’età medievale, in cui la condanna ecclesiastica del teatro ha portato alla scomparsa delle rappresentazioni così com’erano state concepite fino ad allora, la teatralità paradossalmente ha conquistato nuovi spazi, adattandosi e molto spesso configurandosi come un’arte itinerante, capace di spostarsi per abitare luoghi sempre nuovi. Con la nascita del teatro moderno la struttura dei nuovi edifici teatrali ha iniziato a rispecchiare con suddivisioni architettoniche interne la diversificazione del pubblico e il mutamento della società. Ordini di palchi sovrapposti, platee e gradinate hanno, di volta in volta, caratterizzato edifici teatrali di epoche differenti e, nei casi più fortunati, si sono conservati fino a oggi come testimonianza materiale di abitudini del passato. 

The Bread and Puppet a Washington durante una protesta contro la guerra in Vietnam © Fred W. McDarrah

Il progetto Prometeo realizzato da Mapa Teatro nella periferia di Bogotà  © mapateatro.org
Il progetto Prometeo realizzato da Mapa Teatro nella periferia di Bogotà © mapateatro.org

Dal Bread and Puppet Theater ai Rimini Protokoll passando per Mapa Teatro, la storia recente della performance ci suggerisce numerosi esempi di collettivi e compagnie che hanno posto al centro della propria ricerca artistica lo spazio, preferibilmente esterno ai classici edifici teatrali (per non parlare di chi si avventura nello spazio virtuale grazie alla mediazione della tecnologia…).

In questa prospettiva diacronica di trasformazione emerge un elemento essenziale: l’arte teatrale si adatta allo spazio di cui dispone perché è, in ogni caso, capace di abitarlo e quindi di modificarlo ogni volta che vi prende forma. La performance risignifica lo spazio in cui si realizza espandendone i confini.

La pratica teatrale e performativa è quindi sì un fatto artistico che si realizza in presenza di un pubblico, in un momento e in uno spazio precisi, ma non è affatto detto che quello spazio debba essere necessariamente un teatro, anzi. La performance contemporanea ha dimostrato di essere capace di occupare ogni tipo di spazio, di tracciarne, testimoniarne e talvolta guidarne la trasformazione attraverso la sua presenza diffusa e permeante. In alcuni casi la performance permette di vedere sotto una luce nuova spazi che siamo abituati a considerare solo come luoghi di transito o la cui identità sfaccettata, per convenzione, è spesso semplificata.

Improvvisazioni itineranti in Parco Sempione – Ph. Claudio Prati © Compagnia AiEP

È questo il caso di Parco Sempione, spazio verde che irrompe nel centro cittadino milanese dando vita a un’eccezione nel fitto tessuto urbano circostante. Improvvisazioni itineranti in Parco Sempione, performance coreografica ideate da Ariella Vidach e realizzata da un gruppo di danzatori, è un invito a ricordarci di questa eccezione riscoprendola ed esplorandola con uno sguardo di rinnovata curiosità. La performance valica i confini dell’edificio teatrale, s’inoltra nel parco e invita spettatrici e spettatori a riappropriarsi di uno spazio pubblico, a ripensarlo e a ripensarsi, sgattaiolando nel verde.

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