© Big Sky Hunting

Il cosmo immaginario in Big Sky Hunting raccontato attraverso gli appunti sui limiti della visione

17 marzo 2022

Per un animo indagatore come quello dell'inventore Samuel Morse deve essere stato istintivo scegliere di ritrarre il cielo quando, agli albori della fotografia, nel 1839, realizzò la prima immagine conosciuta della luna. Gli anni successivi hanno visto l'organizzazione di varie osservazioni astronomiche nei luoghi propizi a scrutare la volta celeste nelle sue manifestazioni più spettacolari come le eclissi. Di quelle esperienze sono rimasti dei curiosi resoconti in bilico tra il romanzo d'avventura e la trattazione scientifica. Ciò che univa le imprese di tutti quei pionieri del mezzo fotografico era una fede incrollabile nell'infallibilità della mimesis intesa come strumento per aprire a nuove forme di conoscenza. I decenni appena trascorsi hanno visto un perfezionamento di simili raffigurazioni celesti – comprese le mappature visive generate da impulsi– che ha in parte fatto svanire il senso di mistero sotteso a ciò che non può essere compiutamente compreso.

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Il ciclo Big Sky Hunting di Alberto Sinigaglia, al contrario, rifiuta una simile rassicurante subordinazione al reale, allestendo una riflessione generale sul concetto di visione e sul perdurante tentativo di superarne i limiti intrinseci. Nel suo caso la narrazione del cosmo avviene attraverso finzioni, contraddizioni, capovolgimenti di senso fino a giungere a una concezione immaginaria,in cui il fruitore arriva a trascendere una dimensione puramente "retinica" dell’osservazione. Il racconto visivo messo in atto dall'autore è quindi privo di uno stilema espressivo preordinato, miscelando scatti con cui ritrae la realtà ad appropriazioni di immagini già esistenti sino a includere oggetti dal valore emblematico che possono essere letti come dei ready made attuati attraverso la fotografia. Ne consegue che in questo terreno di ricerca perda di significato il dualismo realtà-finzione, dando vita a tasselli osmotici di un unico percorso che si dipana all'insegna dell'ibridazione.

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Il punto di partenza della serie è dato da alcuni scatti realizzati da Sinigaglia nell'Osservatorio della Costa Azzurra (OCA) sull'altopiano di Calern in Francia: gli interni del luogo di ricerca sono colpiti da una luce violenta che ne aumenta l’effetto teatrale, dove l'accentuazione delle ombre e del nero avvolgente è lo strumento per evocare l'ignoto. Si alternano immagini dalla natura eterogenea: scatti dal sapore paesaggistico, mappe storiche e sembianze di oggetti che innescano relazioni di senso al pari di un antico libro e di taccuini con ipotetiche catalogazioni a noi sconosciute. Attraverso una serie di piatti spettrografici imperfetti e pellicole lacere, l'autore rimarca la natura fallace di immagini incapaci di adempiere alla loro originaria funzione documentaria. Si entra così in quel terreno dell'errore colto da Clément Chéroux quando afferma che ”il senso comune considera il fallimento in fotografia come un'alterazione del potere mimetico del medium”, a rilevare così una presunta messa in crisi dello statuto stesso dell'immagine perché ”quando la fotografia non è più mimetica, non è più fotografia. Quando è poco mimetica, è errata”¹.

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Contrariamente a questa concezione pratica del mezzo, richiamata dallo storico francese, per Sinigaglia la valorizzazione della disfunzione dell'immagine è una strada indispensabile per ampliare la visione e cercare dei territori non strettamente connessi alla descrizione del tangibile. L'uso di supporti fotografici nati difettosi o resi inservibili dal tempo permette di certificare e contestualmente superare i limiti di una descrizione vincolata al reale: spostando la percezione nel campo dell'immaginario viene lambito un sentimento del sublime, capace di evocare scenari al limite dell'ineffabile. In altri scatti l'autore parte da una dimensione concreta dello spectrum per alterare la lettura dell'immagine: un nido di processionaria dall'aspetto pirifórme o delle rocce che spuntano del suolo di New York diventano dei puri pretesti visivi che si astraggono, apparendo come metafisiche figure extraterrestri. Questi stravolgimenti percettivi sono il vero filo conduttore di Big Sky Hunting, in cui la vera meta da perseguire è intangibile, sfuggente o fatta di connessioni che rigettano i limiti tradizionali in cui la visione è ingabbiata.

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Crediti

Note:

1 – C.Chéroux, L'errore fotografico. Una breve storia, Einaudi, Torino 2009, p. 136.

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