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Tracce dell’effimero: le mille vite del teatro

6 luglio 2022

Questo primo viaggio nelle parole-mondo del teatro non poteva che concludersi con il termine che identifica quanto di più problematico e al tempo stesso affascinante caratterizza l’arte performativa: l’effimero. Esploriamo questo concetto – apparentemente così evanescente, ma al contempo determinante per il teatro – scoprendone implicazioni e potenzialità.

L’effimero non è, con ogni probabilità, uno dei primi concetti che associamo al teatro, eppure inconsapevolmente lo diamo spesso per scontato parlando di spettacoli che abbiamo visto. Quando assistiamo a una performance che ci cattura e ci tocca profondamente, nel raccontare a una persona che non era presente la nostra esperienza spesso fatichiamo a trovare le parole giuste. Abbiamo l’impressione di non riuscire a trasmettere ciò che è stato, e immancabilmente ci ritroviamo a impartire sempre lo stesso consiglio: “Se riesci vai a vederla anche tu!”.

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Il suggerimento, apparentemente banale, non risolve però la questione: in primis per la sua implicazione ipotetica – bisogna trovare il tempo, il cartellone o il programma che prevede quell’evento, il biglietto… – ma soprattutto perché ogni messinscena è differente. Non a caso se ci confrontiamo con chi ha visto lo stesso spettacolo la premessa è sempre la stessa: “Io l’ho visto nel contesto X”, perché di volta in volta cambiano gli spazi, gli interpreti, il pubblico, il tempo e un’infinita serie di altre variabili. Ogni replica è inevitabilmente diversa. E in questo, in parte, consiste il fascino del teatro: si tratta di un’arte difficile da mercificare perché difficilmente riproducibile. Nel contesto performativo, infatti, il processo domina a discapito del prodotto: ciò che imprime una traccia è l’esperienza comune, la pratica condivisa, anche quando l’allestimento in questione prolifera di elementi materiali.

In ambito pittorico, scultoreo, architettonico, poetico, musicale, grafico o letterario individuiamo nell’opera d’arte realizzata al termine del processo creativo – sia essa materiale o anche solo tecnicamente riproducibile – la sintesi, lo scopo e il senso stesso della pratica artistica in questione. Lo stesso paradigma interpretativo, però, vacilla di fronte alla prassi performativa. In teatro la materialità non manca di certo, ma è davvero possibile ridurre una performance al luogo in cui si realizza, alla drammaturgia, alle musiche, alle luci, alla coreografia, alle scelte registiche, ai corpi di chi interpreta l’opera e di chi vi assiste, alla registrazione video dello spettacolo, alle recensioni critiche? Evidentemente no, perché in teatro ciascuno di questi elementi è al tempo stesso indispensabile e ugualmente sostituibile: acquisisce un senso solo se inserito in un contesto di dialogo e collaborazione con tutti gli altri elementi che danno vita alla performance.

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L’arte teatrale – nonostante secoli di impostazione logocentrica, adottata semplicisticamente per ricondurre lo spettacolo entro schemi letterari consolidati – si concretizza davvero e, al contempo, si esaurisce nel suo farsi. “Performance’s only life is in the present”, afferma Peggy Phelan in Unmarked: The politics of performance (Routledge, 1991), tra le principali studiose di Performance Studies al mondo. Ed è proprio questo carattere effimero che sottrae la prassi teatrale alla commerciabilità più sfrenata, sancendo l’unicità di ogni performance (tanto che non avrebbe nemmeno senso parlare di “repliche teatrali”). Tuttavia, proprio questa evanescenza dell’arte performativa la rende difficilmente trasmissibile e quindi testimoniabile, in parte sminuendone la dignità.

Se ciò che è degno di essere ricordato e trasmesso deve essere, in qualche modo, archiviato per sopravvivere e risignificarsi nel futuro, la performance pone un problema difficilmente sorvolabile, che spiega in parte il logo-centrismo imperante in epoche in cui il teatro era di fatto la forma di aggregazione e intrattenimento per eccellenza e necessitava di essere trasmessa in una qualche forma. La natura effimera del teatro lo sottrae ad alcune dinamiche di potere, ma allo stesso tempo rischia in molti casi di condannarlo all’oblio, o come minimo al fraintendimento dettato dall’incompletezza.

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Faticare a reperire informazioni attendibili su uno spettacolo, ridursi a studiare la storia del teatro attraverso i testi, dover ricorrere a registrazioni video di bassa qualità che non possono in alcun modo rendere la complessità e l’intensità di una performance, guardare con delusione alla documentazione fotografica che non rende onore allo spettacolo che documenta: sono tutte situazioni comuni che in molti casi ci siamo trovati ad affrontare da amanti del teatro, addetti ai lavori o interpreti amatoriali.

Eppure, nonostante la natura del teatro sia effimera, paradossalmente nessuna performance può evitare di lasciare delle tracce. Necessariamente, in qualche modo, rimane, come nota Rebecca Schneider in Performing Remains (Notable Book Award ATHE, 2011). Sono innegabili ma anche intangibili le tracce impresse nei corpi che alla performance hanno preso parte, sottoponendosi a un training o osservando, veicolando sensazioni e scatenando emozioni. Assai meno significative, ma decisamente archiviabili, sono invece gli oggetti, i costumi, le immancabili testimonianze video e fotografiche che corredano ogni performance. Si pone perciò un problematico interrogativo: cosa fare di ciò che resta?

Sospeso nella paradossale dialettica tra la corporeità, da cui siamo partite nella nostra esplorazione, e l’effimero, che conclude il nostro viaggio ponendoci inevitabilmente domande sul dopo, il teatro ci interroga. Cosa intendiamo farne?

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