L’artista Simona Da Pozzo in dialogo con l’antropologa Valentina Mutti racconta il suo progetto di ricerca sul valore dei monumenti pubblici

21 luglio 2020

I monumenti pubblici, in quanto simboli ed espressioni del potere, sono stati da sempre bersaglio di interventi che possono essere definitivi, come l’abbattimento, oppure momentanei che, definiti come hack, possono mettere in discussione un monumento, sviluppando una riflessione collettiva sulla relazione che intercorre tra questi e la loro influenza socio-politica.

Hacking Monuments, pratica e ricerca artistica di Simona Da Pozzo, nasce in questo contesto, raccogliendo in un blog gli hack fatti nel corso degli anni da attivist* e artist*. A seguito della Call for ideas - Urban Factor di Milano Urban Center e Triennale Milano, grazie alla collaborazione con Visualcontainer, da questo archivio in divenire sono stat* scelt* Marcio Carvalho (Lisbona/Berlino), Simona Da Pozzo (Napoli/Rotterdam), Sophie Ernst (Rotterdam/Wakefeld), Kiluanji Kia Henda (Luanda/Lisbona) e Sara Vanagt (Bruxelles), artist* che lavorano in maniera performativa sui monumenti, per essere mostrati in Hacking Monuments. Tips to make sense of them, una mostra digitale su VisualcontainerTv..

L’esposizione però è solo una parte di Hacking Monuments, un progetto che durante i suoi tre anni di vita ha incontrato diverse personalità, facendo diventare il blog uno strumento di confronto e di studio. In seguito viene proposta una conversazione tra l’antropologa Valentina Mutti e Simona Da Pozzo per approfondire questo processo.

Maasgod voice, Simona Da Pozzo e Roberto Fiorentini, Rotterdam 2020

Valentina Mutti Quali sono i tuoi rapporti con gli attivisti e gli artisti i cui interventi definisci come hacking monuments nel tuo blog? Mi pare che non si possano definire in modo chiaro parte di un movimento o una comunità. Esiste una rete?

Simona Da Pozzo Non esiste una rete, ma sto lavorando per crearla. Nella maggior parte dei casi gli hack sono atti estemporanei. Sto entrando in contatto con artisti (e attivisti) invece più seriali, come Ernst o Jankowski.

V.M. Quello degli atleti polacchi che sollevano i monumenti (Heavy Weight History, 2013)?

S.D.P Sì, Jankowski ha fatto anche le azioni con i massaggiatori giapponesi (Massage Masters 2017). Anche Marcio Carvalho porta avanti una riflessione stratificata attraverso performances, come quella in cui appoggia la propria pancia sulla testa di monumenti scelti in diverse città, si fa portare in equilibrio. L'anno scorso inoltre ha curato Demythologize that History and Put it to Rest invitando artisti provenienti da Angola, Camerun, Gabon, Iraq, Mozambico e Portogallo, a realizzare degli hacks su due monumenti: Otto von Bismarck (Berlino) e re Charles I (Lisbona). Alcuni hacks nascono in modo legale ed altri no, ma ci sono anche casi di censura a posteriori, cioè con permessi burocratici già accordati, come nel caso di Silent Emperess di Sophie Ernst: un hack sul monumento alla Regina Vittoria del 2012 (Wakefield) che è diventato un caso in Gran Bretagna.

L’hack contamina il monumento anche con le parole che gli crea intorno (parole dei passanti, articoli dei giornali etc..) perché la violazione del monumento ingaggia l'attenzione, lo sguardo, la parola del passante, del cittadino. Un monumento violato urta o coinvolge.

 

V.M. Immagino che il confine tra legale e illegale non sia poi così chiaro… 

S.D.P. Per me la differenza è forte, sia per le ripercussioni sull'hacker che sulla formalizzazione. L'attivista Therese Patricia Okoumou è andata in prigione quando ha tentato di scalare la Statua della Libertà: stava protestando contro Trump, contro il sequestro dei figli dei migranti “illegali”. I fotoreporter hanno l’hanno ritratta sotto il tallone, con la polizia che cercava di farla scendere, un'immagine iconica. La legalità o illegalità dell'hack influisce sulla sua dimensione e sulla sua durata, sia in termini di produzione che di permanenza. Gli hack legali tendono ad esempio ad avere una natura più installativa che performativa.

L’attivista Therese Patricia Okoumou durante la protesta sulla Statua della Libertà nel 2018

V.M. Gli studi contemporanei sulla cultura materiale ci invitano a mettere in discussione il rapporto soggetto-oggetto, e mi sembra che sia la cosa che l'hack fa. Il monumento e l'artista si definiscono mutualmente, esattamente come in sé la produzione della cultura materiale definisce le soggettività che la producono. L'atto di produrre una serie di oggetti, che siano di design, d'arte o semplici oggetti, entra in dialogo con chi li fa. Questo aspetto di mutua definizione, dell'oggetto monumento e del soggetto artista/attivista, credo stia al cuore dell'azione e sia da tenere sempre bene in mente.

Carvalho che si mette con la pancia sulla testa del monumento in qualche modo si fa plasmare dall'oggetto, mostrando come la materialità in fondo non è solo del monumento ma anche dell'artista. Così come l’intervento sonoro introduce una dimensione immateriale e soggettiva a quella materiale del monumento. In questo modo l'artista diventa silenzioso e agisce in modo un po' clandestino per lasciar parlare il monumento.

In questo processo di archiviazione in realtà l'aspirazione è quella di creare delle connessioni. In primis nel tuo lavoro, per esempio quando metti in connessione due monumenti tra Napoli e Rotterdam; però questo vale ancor di più in generale rispetto alla possibilità di mettere insieme più persone che lavorano attraverso un linguaggio simile. Estenderei il tema facendo riferimento al pensiero connessionista, cioè al principio per il quale non ci siano categorie o relazioni chiuse: non solo i concetti ma anche oggetti che noi usiamo, hanno connessioni più ampie di quelle che noi siamo abituati ad attribuirgli. Mi sembra che ciò abbia a che fare con il tuo lavoro, sia singolo che di messa in rete.

Inoltre, dato che il corpo è venuto fuori in modo molto marcato, sarebbe interessante approfondire il tema della voce: altri hackers usano il suono? Danno voce ai monumenti? E poi tu, come ci hai lavorato?

S.D.P. Sara Vanagt con Little Figures ha creato una sceneggiatura per tre monumenti di Bruxelles i cui dialoghi sono interpretati da tre bambini che l'artista ha incontrato in piazza. La sceneggiatura è ispirata sia dalla biografia dei personaggi, che dalle vicissitudini degli oggetti, che dalla piazza. The Silent Emperees di Sophie Ernst, già citata, dà voce alla regina Vittoria facendole chiedere perdono per le imprese coloniali della Gran Bretagna.

In altri hacks viene utilizzata la voce come nel l'intervento di Kiluanji Kia Henda Segundo Regicídio. The Black Square (Lisbona 2018): mentre l’artista colloca un cubo sulla testa di Carlo I (Lisbona) un gruppo di donne esegue un rito di decolonizzazione in cui il canto è una parte importante, ma sono voci proprie ai performer, non attribuite alla statua.

V.M. Com'è nato invece il tuo progetto di connessione tra Maasgod e il Dio Nilo?

S.D.P. Ero in residenza con Ex-voto (Radical Public Culture) a Rotterdam, e volevo sviluppare una connessione con la mia ricerca sul Nilo a Napoli. Lo spazio di residenza affacciava direttamente sul porto, sull'acqua del Maas. Sono stata ore ad osservare il Maas a gonfiarsi e sgonfiarsi in base alle maree, al flusso del fiume, al lavoro di contenimento idrico olandese. Ho trovato quasi subito il monumento al Maasgod: un mezzo busto dedicato al fiume che attraversa la città, rappresentato come un dio. Quando l’ho visto, ho desiderato fare una video-call tra il Maas e il Nilo, per lasciar parlare i loro volti animati dai cambi di luce all’alba: Sunrise Gods’ Call. Cosa si dicono però due Dei? Sono emerse istanze legate all’ecologia del suono. Realizzato durante il lockdown, il lavoro ritrae lo scarto tra il paesaggio sonoro urbano abituale e quello nato come conseguenza delle strategie di prevenzione del contagio. Strade, acque e fiumi suonavano in modo diverso. Il dialogo delle due divinità è il risultato del montaggio dei suoni registrati e condivisi online da diversi utenti in quel periodo.

Kiluanji Kia Henda, Segundo Regicídio. The Black Square, 2018

V.M. C’è questo binomio tra effimero e permanente, presente già nei tuoi precedenti lavori come Luminescenze e Borderlight. Su questo volevo proporti una breve citazione da Making di Tim Ingold, una riflessione che può essere messa in dialogo gli hack, anche se non è il suo oggetto.

“Il paradosso dei monumenti è che essi possono servire come memoriale soltanto perché hanno fallito l'obiettivo fissato per essi da chi ne ha originariamente stabilito la costruzione. Se avessero infatti centrato il loro obiettivo, (…) ossia limitare la memoria al suo oltre, garantendo così a se stessi l'immortalità, allora non esisterebbero generazioni future a voltarsi in dietro verso di essi arrovellandosi su come essi possano essere stati costruiti (…) le strutture monumentali furono pensate dai loro artefici per conferire appunto questa immortalità, eppure, per chi le riscopre successivamente, non sono altro che la prova inconfutabile che il passato è finito, morto e sepolto” Ingold, 2019: 137 

L'hack va contro questa idea che il passato sia morto, che non ci riguarda più. Però, allo stesso tempo, l’hack rivitalizza questo dialogo tra la permanenza e qualcosa che per sua natura è effimero.

 

S.D.P. Gli hack infatti potrebbero essere visti come TAZ, Zone di Autonomia Temporanea (Hakim Bey): più atti di sovversione momentanea che non moti rivoluzionari. Questi ultimi tendono più alla distruzione o annientamento del monumento contestato. L'hack è una proposta più di trasformazione che di eradicazione.

SILENT EMPRESS, Sophie Ernst

Valentina Mutti è Dottore di ricerca in Antropologia all'Università degli Studi di Milano - Bicocca, si occupa di migrazioni, comunità diasporiche e istruzione in Africa. E' tutor del Corso di Antropologia culturale presso il CdL in Beni Culturali dell'Università degli Studi di Milano.

Simona Da Pozzo è un'artista ricercatrice; attraverso azioni connettive esplora la sfera pubblica come spazio di incontro e scontro politico. Membro dell'associazione Ex-Voto, ha esposto in contesti internazionali, sia museali che underground.

Crediti

Cover image: SILENT EMPRESS, Sophie Ernst

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