1973, Proposta per la lavorazione a mano della porcellana, ciotole e vasi della Serie Samos, Danese Milano foto Fabrizio Marchesi © Triennale Milano – Archivi

1973, Proposta per la lavorazione a mano della porcellana, ciotole e vasi della Serie Samos, Danese Milano foto Fabrizio Marchesi © Triennale Milano – Archivi

Enzo Mari e il Museo del Design Italiano

, 15 dicembre 2020

L’opportunità di istituire in Italia, in particolare a Milano, un museo dedicato al design ha infiammato il dibattito culturale per oltre cinquant’anni. Intellettuali, architetti, designer e imprenditori si sono accapigliati per discutere i se, i dove e soprattutto i come tenere memoria e raccontare una disciplina magmatica e dai confini indefiniti.

Enzo Mari fa la sua parte lanciando nel 2009, dalle pagine della rivista “Abitare”, un progetto curatoriale collettivo sotto forma di gioco e dal titolo Per un nuovo Museo del design. Definiti nel primo numero i punti fermi della cultura del design, e sottolineando con forza la necessità di tenere conto della differenza tra “arte del design” e “arte decorativa”, Mari invita nove personalità, tra cui Michele De Lucchi, Joseph Rykwert, Vittorio Gregotti, Jasper Morrison, Konstantin Grcic, Cini Boeri, Alessandro Mendini, Manolo De Giorgi e Giampiero Bosoni a selezionare cinque oggetti ritenuti oggettivamente degni di essere musealizzati. Ogni curatore, oltre alle sue cinque proposte, è chiamato a confermare o meno ognuna delle opere selezionate da chi lo ha preceduto. I cinquanta oggetti selezionati andranno a costituire la collezione permanente di un Museo del design ideale: oggetti di altissima qualità estetica e formale, lontani da ogni indugio decorativo e dal degrado che ne consegue.

Uno dei capisaldi del gioco del Museo del design di Mari è quello della “decantazione del tempo”, ovvero la necessaria distanza temporale dall’apparizione di un oggetto alla sua consacrazione in un museo. Mari fissa questo tempo a 45 anni. Seguiamo, con una variante relativa all’autore, le regole di questo gioco – 5 oggetti progettati da Enzo Mari entro il 1975 – per presentare un brevissimo percorso tra gli oltre 1.600 oggetti di design italiano della Collezione Permanente di Triennale Milano.

1957, 16 animali, Danese Milano
Una spessa tavoletta di legno è tagliata da un’unica linea che la scompone in 16 elementi, ognuno dei quali definito dai caratteri distintivi di un animale. Ogni elemento ha almeno quattro vite: come parte di un tutto, nella logica del puzzle; come elemento da mettere in relazione con le altre parti; come singola entità; come protagonista di tutti gli usi e le narrazioni suggerite dalla fantasia dell’utilizzatore finale. 
Un sistema complesso, seppur caratterizzato da un’estrema pulizia formale, che consente al bambino di esercitare in tutta libertà la sua naturale propensione alla scoperta e alla conoscenza del mondo circostante. Un oggetto che si presta a interpretazioni multiple dove l’uso è solo suggerito dalla forma che però non ne condiziona la funzione.

1957, 16 animali, Danese Milano foto scatola Amendolagine Barracchia © Triennale Milano – Archivi

1957, 16 animali, Danese Milano foto scatola Amendolagine Barracchia © Triennale Milano – Archivi

1966, Glifo, Enzo Mari con Elio Mari, Gavina 
La Montecatini commissiona a Enzo Mari un progetto per esplorare le potenzialità dell’ABS stampato a iniezione. Il progetto scelto è quello di una libreria, il produttore è Dino Gavina. L’elemento base è un modulo cubico costituito da pareti quadrate di 35cm per lato. Il progetto si sviluppa attorno alla definizione del giunto – coperto da brevetto industriale – che, incastrandosi nello spessore delle singole pareti, permette alla libreria di essere configurata un numero pressoché infinito di volte. Negli anni in cui Ikea inizia a produrre i mobili che vende e ad affacciarsi sul mercato internazionale, Mari pensa a un oggetto economico da produrre, facilmente trasportabile, resistente e montabile da chiunque senza l’uso di attrezzi. L’oggetto ha un buon riscontro dalla critica ma mediocre esito commerciale. Il pubblico, poco avvezzo a partecipare alla finitura dell’oggetto di arredo, confonde la leggerezza con la fragilità.

1966, Glifo, Enzo Mari con Elio Mari, Gavina foto Amendolagine Barracchia © Triennale Milano – Archivi

Catalogo aziendale Gavina. Archivio del Design Italiano - Triennale Milano

Catalogo aziendale Gavina. Archivio del Design Italiano - Triennale Milano

1968, Java, Danese Milano (rieditata da Alessi nel 1997)  foto Amendolagine Barracchia © Triennale Milano – Archivi
1968, Java, Danese Milano (rieditata da Alessi nel 1997) foto Amendolagine Barracchia © Triennale Milano – Archivi

1968, Java, Danese Milano (rieditata da Alessi nel 1997) 

Nel progettare questo contenitore da tavola Mari si concentra sul lavoro necessario a produrlo e sull’elemento che presuppone un maggiore sforzo in termini di organizzazione e realizzazione del lavoro all’interno della fabbrica: la cerniera.
La cerniera, secondo l’Enciclopedia Treccani, è un dispositivo che permette di collegare due strutture rigide lasciandole libere di ruotare intorno a un asse. La cerniera, secondo Enzo Mari, è invece la ripetizione ossessiva dello stesso gesto da parte dell’operaio, chiamato ad assemblare tre elementi.  
Convinto di poter liberare l’operaio dal lavoro alienante attraverso la qualità del progetto, Mari disegna una cerniera costituita da due elementi, il contenitore e il coperchio, che inglobano nell’atto di incastrarsi tra loro, la funzione della cerniera. La formaggiera Java è quindi un progetto politico a cui, tra l’altro, è concesso un brevetto per invenzione industriale.

Enzo Mari, 1971

“Se le persone facessero con le proprie mani un oggetto, un vaso da fiori, piuttosto che una sedia, piuttosto che una scarpa, probabilmente starebbero più attente, migliorerebbero il loro gusto”

1971, Day Night, Enzo Mari con Elio Mari, Driade 
Enzo Mari ha più volte dichiarato di considerare questo divano letto un oggetto perfetto. Perfetto nella sua funzione di divano, comodo in quella di letto, facile da trasformare grazie alla sola rotazione dello schienale, resistente, economico da produrre, sobrio e con uno stile inedito lontano dai formalismi allora in voga in questa categoria merceologica. Nonostante tutto, Mari fatica a trovare un produttore e poi, una volta convinta Driade a realizzarne diecimila esemplari, si scontra con gli scarsissimi risultati di vendita. È dal fallimento commerciale di questo oggetto che Mari inizia ad interrogarsi su come aiutare le persone a riconoscere la qualità. Questa è la sua risposta “Se le persone facessero con le proprie mani un oggetto, un vaso da fiori, piuttosto che una sedia, piuttosto che una scarpa, probabilmente starebbero più attente, migliorerebbero il loro gusto”, nasce così, nel 1973, la Proposta per un’autoprogettazione.

1971, Day Night, Enzo Mari con Elio Mari, Driade Foto Federico Manusardi © Triennale Milano – Archivi

1973, Pagine dal catalogo aziendale Driade. Archivio del Design Italiano - Triennale Milano

1973, Pagine dal catalogo aziendale Driade. Archivio del Design Italiano - Triennale Milano

1973, Proposta per la lavorazione a mano della porcellana, ciotole e vasi della Serie Samos, Danese Milano
La catena di montaggio e la produzione in serie nascono, molto prima della Rivoluzione industriale, nei laboratori artigianali. L’industria non ha fatto altro che meccanizzare i gesti necessari all’esecuzione di un lavoro in un processo di espropriazione che ha determinato l’accrescimento della distanza tra l’oggetto finito e chi lo realizza. Tra i tanti progetti di Enzo Mari volti a colmare questa distanza, c’è quello delle Proposte per la lavorazione a mano della porcellana, ciotole e vasi della Serie Samos
Allo scopo di coinvolgere l’artigiano nella realizzazione dell’oggetto, attivando quindi un processo di riappropriazione del risultato del proprio lavoro, il progettista definisce una serie di moduli (cordoncini, strisce, quadrati, dischi…) e invita a combinarli in modo sempre diverso per ottenere l’oggetto finito, sia esso ciotola o vaso. Mari realizza una serie di esempi che non vogliono assolutamente essere quello che poi diventano: dei modelli. La proposta di riappropriazione dei risultati del proprio lavoro non va a buon fine o forse, non è stata compresa, ma a noi rimangono delle porcellane senza tempo, poetiche, struggenti e terapeutiche al tempo stesso.

1973, Proposta per la lavorazione a mano della porcellana, ciotole e vasi della Serie Samos, Danese Milano foto Fabrizio Marchesi © Triennale Milano – Archivi

1973, Proposta per la lavorazione a mano della porcellana, ciotole e vasi della Serie Samos, Danese Milano foto Fabrizio Marchesi © Triennale Milano – Archivi

1973, Proposta per la lavorazione a mano della porcellana, ciotole e vasi della Serie Samos, Danese Milano foto Fabrizio Marchesi © Triennale Milano – Archivi

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