Tra persona e figura

13 maggio 2020

Daria Deflorian e Antonio Tagliarini in dialogo con Umberto Angelini, Direttore artistico di Triennale Milano Teatro, raccontano il processo creativo che è alla base del loro lavoro, il rapporto con il tempo e la distanza, la funzione del teatro e le strade che lo spettacolo dal vivo potrà prendere nel prossimo futuro.

Daria Deflorian e Antonio Tagliarini, Reality, foto di Silvia Gelli

“Fra gli artisti più originali e interessanti della scena italiana e internazionale; fra i più rappresentati all’estero. Artisti con cui abbiamo sempre avuto piacere di lavorare, che abbiamo ospitato in Triennale lo scorso anno, dedicando loro un ritratto d’artista. Un incontro importante che ci ha portato a iniziare un percorso che avrebbe portato quest’anno al debutto di una coproduzione, in cui per la prima volta Daria e Antonio si confrontavano con un testo non scritto da loro, ma tratto Chi ha ucciso mio padre, un libro che ha fatto molto discutere in Francia del giovanissimo autore Édouard Louis. Uno degli intellettuali francesi più in voga per le sue posizioni radicali che pongono la questione delle contrapposizioni sociali, fra dominanti e dominati, che pongono di nuovo il tema della lotta di classe. Una questione che non interessa solo il mondo dell’arte, ma va a scavare nella profondità delle dinamiche sociali che non riguardano solo una contrapposizione geografica, tra centro e periferia, ma un modo diverso di approcciare i rapporti sociali. Probabilmente lo vedremo ancora di più nei prossimi mesi quando gli effetti del coronavirus saranno ancora più significativi nei confronti delle disuguaglianze sociali. [...] Il lavoro di Daria e Antonio è particolare, unico nel modo di concepire lo stare in scena, il rapporto con gli attori e con la spazialità del palcoscenico.”
Umberto Angelini

“Ci stavamo interrogando su come fosse importante – e il tempo di oggi ci fa riflettere ancora di più su questo – rallentare per me e Antonio. Essere presenti in tutte le nostre produzioni anche come attori, essere una compagnia in gran parte indipendente, è diventato un lavoro non a tempo pieno, ma ancor di più. Ci stavamo chiedendo come rallentare, senza interromperci. Ragionando, mi è venuto in mente e ho cominciato a leggere ad Antonio alcuni brani di Qui a tué mon père in francese. [...] È stato importante per noi capire come intrecciare la nostra abitudine di un percorso autoriale con un processo di cui vedevamo già il risultato finale, dal momento che avevamo deciso di rispettare le parole del libro. Abbiamo scoperto che c’era una triangolazione interessante: io venivo da un ambiente famigliare povero, che ricordava quell’assenza e quella fame di cultura; Francesco Alberici, l’interprete, aveva l’età, la rabbia e il bisogno di emergere e Antonio aveva il rapporto di dichiarazione sociale e familiare della propria omosessualità. Solo triangolando le nostre esperienze, usciva la figura.”
Daria Deflorian

“L’incontro con Édouard è stato bellissimo. È stato uno di quegli incontri dove cadono velocemente le formalità e si comincia a parlare e a conoscersi. C’è stata un’empatia reciproca fra di noi.”
Antonio Tagliarini

“Édouard è un intellettuale, uno scrittore, ma anche un trentenne aperto al mondo, attivo politicamente con idee molto chiare. Questa sua apertura gli dava la gioia di venire a vedere il nostro lavoro; era curioso, ma anche contento che potesse arrivare anche in Italia. Édouard crede che la cultura e l’azione politica possano davvero cambiare la vita delle persone.”
Antonio Tagliarini

“Una caratteristica del nostro processo creativo è quella di partire dall’incontro con un altro oggetto artistico. Il primo, per noi, è stato lo spettacolo di Pina Bausch. Daria percepisce delle questioni, poi le mettiamo in mezzo e sicuramente quando decidiamo di lavorare su qualcosa dev’essere qualcosa che ci accende. Intuiamo dietro a quell’oggetto uno spazio di indagine e di affondo. Il fatto di avere un oggetto in comune ci aiuta, poi, a posizionarci secondo le nostre diversità”
Antonio Tagliarini

“È stato molto interessante quando siamo usciti da un rapporto di pura coppia. Ci dicevano, e abbiamo rischiato di crederci anche noi, che l’immediatezza del nostro modo di stare insieme venisse dall’amicizia, dalla complicità, dalla specificità del rapporto personale e lavorativo che c’era tra me e Antonio. Quando, nel 2013, abbiamo realizzato Ce ne andiamo per non darvi altre preoccupazioni con Monica Piseddu e Valentino Villa, abbiamo capito che, con tutte le anomalie del caso, – è attraverso le anomalie si creano cose nuove – non smettevamo di cercare e di costruire. Pur rimanendo io e Antonio i conduttori del gioco, abbiamo fatto un salto ulteriore verso quello che è un agio ampio di stare dentro un modo di procedere e di costruire uno spettacolo. Questo presuppone qualcosa di produttivamente complesso, un  tempo lungo condiviso con tutti. [...] Non siamo più solo io e Antonio, eppure siamo sempre io e Antonio”
Daria Deflorian

“Il rapporto tra figura e persona cambia nei progetti e, per fortuna, qualche volta avanza in maniera amorevole verso il teatro, a braccia aperte. Accogliamo il fatto di non essere obbligati a presentarci sulla scena sempre come Daria e Antonio, perché quella che inizialmente è una libertà, se non viene riliberata, diventa una nuova prigione. Poterci liberare finalmente di Daria e Antonio e scivolare sempre di più dentro un rapporto dinamico con delle figure che non siamo noi è la scoperta. [..] Continuiamo a lavorare su questo confine, senza ideologie. Anche andando avanti verso questo abbraccio alla figura altra da me, posso tornare a essere Daria. Il lavoro che faccio per allontanarmi, ripiomba dentro di me.”
Daria Deflorian

"Il momento di trasformazione dalla dimensione implicita interna all’incontro con il pubblico è magico, complesso e di sofferenza. Siamo partiti per un viaggio e poi, a un certo punto, dobbiamo condividere qualcosa di quel viaggio con quel qualcuno, il pubblico, per il quale ci siamo mossi. Non è mai solo mettere in ordine, eliminare e scegliere il più bello, ma è un altro momento creativo, al pari del primo. Prima scegli, poi devi oggettivare quella visione."
Daria Deflorian

Daria Deflorian e Antonio Tagliarini, Ce ne andiamo per non darvi altre preoccupazioni, foto di Claudia Pajewski

Rispetto alle dinamiche della ripartenza del teatro, come forma d’arte che necessita, più di altre, della presenza del pubblico, Daria Deflorian sostiene: "Non si tratta di dare una risposta univoca, perché il teatro è fatto di tante cose, al di là del momento dello spettacolo e dell’apertura al pubblico. Questo periodo potrebbe essere la continuazione di una progettualità, che era già in atto, e vedeva i teatri come luoghi dove lo spettacolo è solo uno dei tanti momenti del lavoro che essi svolgono rispetto al proprio territorio, al proprio paese e a un dialogo internazionale. Poi, esiste la questione delle lingue; quello che potrebbe essere valido per il teatro che facciamo io e Antonio non è per forza tale per persone che usano altri linguaggi. Una grande libertà di poetica che può intraprendere o meno dinamiche che possono prevedere altri tipi di incontro, dal digitale all’incontro con un solo spettatore, a qualunque trasformazione di queste limitazioni in forme espressive. Cerchiamo solo di non fare un discorso unico, perché quando il discorso diventa tale è paralizzante. Come Daria e Antonio, stiamo facendo la scelta di prenderci del tempo, di usare questo rallentamento in termini assoluti, di aspettare per riaprire qualunque dimensione di incontro. Abbiamo bisogno di respirare questo tempo, perché il tipo di teatro che facciamo è un teatro di presenza, dove il pubblico è un pezzo di drammaturgia. Per noi è difficile andare in una sala quasi vuota: è inimmaginabile oggi. Se questa situazione dovrà durare anni, sarà immaginabile, ma diamoci del tempo. Non anticipiamo l’immaginazione."
Daria Deflorian

"Il teatro è e dovrebbe essere sempre di più il luogo di una comunità. Negli ultimi tempi, sento la mancanza di stare dentro un luogo e di viverlo. Questa situazione ha soppresso l’incontro: il teatro nella sua essenza è fatto proprio di questo. Tutto questo ci fa riconsiderare la cognizione del tempo. [...] Quando noi iniziamo una creazione, entriamo in uno spazio ignoto, e ci vuole del tempo per iniziare a capire. Ne faccio un parallelo con la situazione che stiamo vivendo oggi: non la conosciamo, dobbiamo lasciare passare del tempo e nel frattempo agire. Ci vuole un equilibrio."
Antonio Tagliarini

Daria Deflorian e Antonio Tagliarini sono autori, registi e performer. Il primo lavoro nato dalla loro collaborazione è del 2008, Rewind, omaggio a Cafè Müller di Pina Bausch. Tra il 2010 e il 2011 hanno lavorato al “Progetto Reality” che ha dato vita a due lavori: la performance czeczy/cose (2011) e lo spettacolo Reality (2012), lavoro per il quale Daria Deflorian ha vinto il Premio Ubu 2012 come miglior attrice. Il loro Ce ne andiamo per non darvi altre preoccupazioni (2013) ha vinto il Premio Ubu 2014 come miglior novità italiana e nel 2016 il Premio della Critica come miglior spettacolo straniero in Quebec, Canada. Nel 2018, hanno debuttato con due progetti a partire dal film Deserto Rosso di Michelangelo Antonioni: la performance Scavi e lo spettacolo Quasi niente, per il quale Gianni Staropoli ha vinto un altro Ubu per le luci. Nel 2019 hanno vinto il Premio Riccione alla drammaturgia

Crediti

Foto di copertina: Luca del Pia

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