Finestra 2, Silvia Costa e Umberto Sebastiano

Finestra 2, Silvia Costa e Umberto Sebastiano

Ecfrasi della finestra: un radiodramma di Silvia Costa e Umberto Sebastiano

L’ecfrasi è la descrizione letteraria di un oggetto artistico, la traduzione in belle parole di un’esperienza sensibile provocata dallo sguardo. Ma che cosa succede se l’oggetto dell’ecfrasi è una finestra, luogo di confine fra l’esterno e l’interno, fra noi e gli altri? La realtà può essere trattata alla stregua di un’opera d’arte? Lo sguardo è un compositore? E come compone lo sguardo? Come sceglie di collegare i singoli episodi della realtà per trasformarli in una storia? Alcune di queste domande ricorrevano da tempo nella nostra corrispondenza epistolare, riposavano sulle pagine bianche dei nostri computer, in attesa del momento giusto per prendere la scena, altre restavano nell’ombra, pronte a sorprenderci. La primavera scorsa, l’invito di Triennale Milano Teatro a pensare un contributo per il Magazine ci ha permesso di formalizzare alcune riflessioni, di metterle alla prova.

Quello che ci interessava era stabilire una pratica comune che definisse l’atto della scrittura. Non siamo partiti dai contenuti, ma dalle regole. Ai limiti imposti dalla pandemia ne abbiamo aggiunti altri. Abbiamo scelto due immutabili punti di osservazione: due finestre distanti in linea d’aria cinquecento chilometri, una a Roma, l’altra a Casalpusterlengo. Abbiamo stabilito una griglia temporale e delle azioni da compiere all’unisono: guardare; descrivere; condividere le nostre parole. Volevamo capire se i nostri sguardi sarebbero entrati in risonanza. Così è stato, in un modo che non era prevedibile e che non era nostro interesse predeterminare. Interrompere il ciclo sonno/veglia, mettere il corpo sull’attenti di fronte alla realtà, spalancare gli occhi: queste azioni ci hanno trasformato in soldati che ogni giorno montavano di guardia. Abbiamo sviluppato un’attenzione particolare, maniacale, e poi abbiamo capito che più si andava nel dettaglio dell’esperienza sensibile, più la si scomponeva nei suoi elementi, e più si entrava in un territorio di indeterminatezza nel quale l’immaginazione giocava un ruolo fondamentale. Non un fantasticare, ma piuttosto un dare senso. La limitazione della libertà di movimento ha favorito il processo: le immagini si sono imposte allo stesso modo in cui la natura ha preso il sopravvento durante il lockdown primaverile.

Le parole dell’ecfrasi, che avrebbero dovuto e voluto sostituirsi alle immagini, hanno finito per produrre altre immagini, immagini più forti della realtà, oltre la realtà, che per farsi descrivere, contenere, hanno dato vita ad altre parole. Potremmo dire che ha preso forma un uroboro un po’ particolare, nel quale le parole addentavano la coda delle immagini e viceversa. La dimensione teatrale si è affermata spontaneamente, catturandoci prima come spettatori e poi come interpreti. Non pensavamo di fare un lavoro sulla pandemia, ma sulla distanza e sulla presenza/assenza dell’altro. Perché se siamo soli, chiusi nella nostra casa/scatola, siamo come quelle particelle in sovrapposizione quantistica delle quali non si può dire in che stato si trovino. Senza il contatto con l’altro, senza il suo sguardo, non possiamo dire se siamo vivi o morti. E quindi, inevitabilmente, abbiamo cercato di avvicinarci, senza spostarci, perché in quei giorni era vietato, non si poteva fare. Per colmare la distanza ci siamo fatti guidare dalle immagini che emergevano dal profondo e che hanno preso il posto di quelle ritagliate nella cornice della finestra. Abbiamo costruito un ponte e l’abbiamo reso percorribile. Non è stata un’attività giocosa, ma piuttosto un viaggio notturno dentro e fuori di noi, la trasformazione in qualcos’altro, in qualcun altro. Un rito di passaggio, un percorso di conoscenza.

Silvia Costa e Umberto Sebastiano

Abbiamo stabilito una griglia temporale e delle azioni da compiere all’unisono: guardare; descrivere; condividere le nostre parole. Volevamo capire se i nostri sguardi sarebbero entrati in risonanza.

Una volta concluso il rituale della scrittura, usciti dalle nostre case e ritrovatici insieme davanti al nostro testo e alle immagini che aveva prodotto, abbiamo sentito la necessità di dare alle nostre parole l’immediatezza della voce, dare loro un suono, un ritmo, e di farle accompagnare da presenze, rumori, stralci di melodie. Non una colonna sonora, ma una terza voce, non umana, a volte disumana, a volte capricciosa, persistente, ruvida, che proveniva da un altro mondo possibile. Quello che non era più davanti ai nostri occhi, ma in un altrove da cui solo un’eco lontano poteva librarsi, viaggiare, raggiungerci e sfiorarci. È così che è nata l’idea del radiodramma. La dimensione sonora creata dal musicista Claudio Rocchetti ha fatto emergere e reso più evidenti le sensibilità, i percorsi immaginativi, il modo in cui le parole e le immagini di entrambi sono uscite dai nostri corpi per intrecciarsi. Trasmesso per la prima volta giovedì 26 novembre alle 23:00 all’interno del contenitore radiofonico Il Teatro di Radio3, il radiodramma Ecfrasi della finestra torna a casa, al Triennale Milano Teatro, per andare in scena sul suo palcoscenico virtuale. Buon ascolto!

Crediti

Ecfrasi della finestra: un radiodramma di Silvia Costa e Umberto Sebastiano
testo e voce di Silvia Costa e Umberto Sebastiano
musica originale di Claudio Rocchetti
registrazione delle voci Nicola Ratti
foto di Silvia Costa e Umberto Sebastiano

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