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Triennale Milano
Enzo Mari, Timor, Danese Milano, 1967, courtesy Danese Milano

365 giorni in un oggetto

31 dicembre 2022
Sostenibile per definizione, poiché riutilizzabile all’infinito, il calendario perpetuo è stato oggetto di numerose interpretazioni d’autore. Da tavolo o da parete, basati sulla geometria essenziale di sfere e parallelepipedi oppure sul rapporto tra elementi mobili e un perno centrale, scandiscono il passaggio del tempo e lo ingannano con le loro forme eterne.
Enzo Mari, Formosa, Danese Milano, 1963, courtesy Danese Milano
Appendere al muro, o posizionare in bella vista sulla scrivania, un calendario intonso è un gesto simbolico che per la maggior parte delle persone rappresenta, anche visivamente, il passaggio al nuovo anno. Se le versioni più diffuse sono, appunto, quelle usa e getta, pensate per essere sostituite al termine dei dodici mesi, a catturare l’attenzione dei designer a partire dal secondo dopoguerra è stato soprattutto un altro tipo di calendario: quello perpetuo, che non esaurisce la sua funzione il 31 dicembre e può accompagnare chi lo possiede anche per tutta la vita.
Il più famoso è senz’altro Timor, disegnato da Enzo Mari e prodotto da Danese Milano nel 1967. Con i giorni e i mesi stampati su lamelle di PVC che si aprono a ventaglio intorno a un supporto centrale e un’estetica che ricorda la segnaletica ferroviaria, incarna diversi capisaldi del lavoro del suo creatore: ha una forma essenziale, è pensato per durare nel tempo ed è interattivo, cioè ha bisogno dell’intervento dell’utente per esprimere il suo potenziale, come molte delle opere d’arte cinetica e programmata realizzate da Mari in quegli stessi anni. La scelta del materiale plastico ne fa un oggetto accessibile, coerente con l’approccio di un progettista da sempre convinto che industria e design non potessero “non tener conto della parola égalité, uguaglianza” e che l’essenza del suo lavoro stesse nel “progettare una cosa «bella e buona» per tutti, comprensibile e apprezzabile da tutti, anziché farla restare patrimonio di una piccola élite” (Enzo Mari, 25 modi per piantare un chiodo: sessant’anni di idee e progetti per difendere un sogno, Mondadori, 2011). 
Enzo Mari, Timor, Danese Milano, 1967, courtesy Danese Milano
Timor non è il primo calendario perpetuo di Mari, che nelle fasi precedenti del suo lungo sodalizio con Bruno Danese e la sua azienda aveva già progettato Bilancia (1959), ispirato proprio alle bilance di una volta e formato da un perno centrale in legno all’interno del quale scorrono quattro liste di essenze diverse, con i giorni e i mesi serigrafati, e Formosa (1963), con una base in alluminio anodizzato a reggere una serie di fogli mobili in PVC. Ad accomunare i due calendari ideati negli anni Sessanta, oltre al fatto di portare nomi di isole scelte accuratamente sull’atlante, è l’uso di uno dei caratteri tipografici più amati al mondo: l’Helvetica, di scuola svizzera, molto amato dal designer per la sua leggibilità e da lui spesso impiegato anche nella produzione grafica.
Enzo Mari, Bilancia, Danese Milano, 1959, courtesy Danese Milano
Pino Tovaglia, Valenti, Giotto, 1976, photo Federico Manusardi
Pino Tovaglia, Valenti, Giotto, 1976, photo Federico Manusardi
Un altro grande grafico, Pino Tovaglia, ardito sperimentatore in grado di trasfigurare elementi prosaici della realtà quotidiana in vere e proprie poesie visive, è il “padre” di due famosissimi calendari perpetui. Nel 1970, quando crea Giotto per la storica azienda di illuminazione Valenti, ha già disegnato copertine di libri e riviste, manifesti, un carattere tipografico (Forma, nel 1968) e una serie di memorabili campagne pubblicitarie (per Lanerossi, Alitalia e Pirelli, tra gli altri). Creata in due versioni, bianca e nera, è una sfera in plastica rigida le cui sezioni centrali ruotano permettendo di allineare cifre e lettere per formare la data del giorno. Cinque anni più tardi, nel 1975, è la volta di Calendone, disegnato per Nava Design e decisamente essenziale: i grandi numeri neri su fondo bianco che rendono il calendario da parete così riconoscibile sono anche l’unica informazione riportata sulle sue pagine, che possono quindi essere riutilizzate anno dopo anno. 
Pino Tovaglia, Nava Design, Calendone, 1975, photo Federico Manusardi
Alla reinterpretazione in chiave contemporanea dell’oggetto che scandisce il passaggio dei giorni e dei mesi si è dedicato anche, in tempi molto più recenti, lo studio giapponese Nendo. Oki Sato e i suoi collaboratori, che amano ragionare sullo scorrere del tempo a partire da oggetti semplici e quotidiani, hanno firmato nel 2017 un calendario perpetuo dalle linee minimaliste prodotto da I.D.E.A. International. Key Calendar, questo il suo nome, è un parallelepipedo con tante serrature che corrispondono ai giorni della settimana e ai mesi, e tre chiavi da inserire per comporre la data corretta.
Nendo, Key Calendar, I.D.E.A. International, 2017, photo Hiroshi Iwasaki
Nendo, Sticker Calendar, by | n, 2015, photo Akihiro Yoshida
Nendo, Sticker Calendar, by | n, 2015, photo Akihiro Yoshida
Mentre in questo progetto tutto ruota intorno alla durata, oltre che all’augurio metaforico di “aprire una nuova porta” ogni mattina, lo Sticker Calendar ideato due anni prima e commercializzato in Giappone e in Francia con il marchio by | n abbraccia il concetto di impermanenza, che diventa l’elemento centrale di una riflessione sulla natura. Si tratta di un calendario fatto di caselline adesive da staccare giorno per giorno scoprendo porzioni nuove di un paesaggio che cambia in continuazione seguendo l’alternanza delle stagioni, rappresentate attraverso un codice colore: bianco per l’inverno, azzurro per la primavera, verde per l’estate, giallo e marrone per l’autunno. Il manto nevoso di gennaio lascia gradualmente spazio alla vegetazione primaverile e alla pioggia di maggio, per poi trasformarsi nei colori vivaci di luglio e agosto e nelle tinte bruciate delle foglie secche autunnali, in attesa che torni la neve a coprire tutto. 
Nendo, Sticker Calendar, by | n, 2015, photo Akihiro Yoshida