© Casino Royale

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Alioscia Bisceglia e Carlo Pastore in dialogo per raccontare lo spettacolo Road to Polaris

8 aprile 2022

In occasione di Road to Polaris, spettacolo ideato appositamente per FOG da Casino Royale, Carlo Pastore, direttore artistico di MI AMI, ha intervistato Alioscia Bisceglia, project leader della band formatasi a Milano nel 1987, per raccontare il concerto e l’album Polaris.

Carlo Pastore: Mi è piaciuto molto il vostro concerto. Avevate compattezza, motivo, senso. Ne sei felice?

Alioscia Bisceglia: Devo lavorare su me stesso, perché anche quando le cose vanno bene non so dirmi nulla di più che “ben fatto”. In psicoanalisi la chiamano sindrome dell'impostore. Pensi di non meritare ciò che hai. Confesso però che dopo il concerto, arrivato a casa, mi sono lavato i denti, ho guardato la mia faccia massacrata e ho esultato. 

CP: Mi ricorda il testo di Ho combattuto, una delle migliori tracce di Polaris: “contro me stesso ho combattuto al mio fianco”.

AB: È una frase di mia moglie. Io penso che questo sia un disco di autoanalisi del singolo e del collettivo assieme. È la forza dei Casino Royale, da Sempre più vicino in poi. Non è tanto la cosa politica: condividere le ansie collettive è già un processo di autoanalisi. Almeno il prenderne atto.

CP: In effetti questo concerto è stato in qualche maniera collettivo: oltre a voi quattro sul palco, il Venaus Quintet, deemo e okrocco al writing, Pepsy Romanoff in regia. Il pubblico fotografato che piano piano si faceva backdrop.

AB: Abbiamo fatto una cosa in pieno stile nostro, in emergenza. Devo ringraziare tutti quelli che ci hanno dato una mano, che ci hanno supportato. Il direttore Angelini che ce lo ha fatto fare. I tecnici. Gli orchestrali che vivono una realtà che è ancora più cinica della nostra. Sono venuti a fare le prove portandosi il panino per pranzo e si sono stupiti che abbiamo offerto loro una pizza, eppure a me è sembrato solo di aver fatto il minimo indispensabile. 

© Lorenza Daverio

CP: Il Venaus Quintet è fondamentale in questo progetto.

AB: Tutta questa storia parte da me che vado sul palco con loro, in Val di Susa e faccio una mezza figuraccia. E penso: chi te lo fa fare ancora? In quei momenti di panico mi connetto con le mie pratiche. Faccio channeling e mi arriva un messaggio bellissimo. “Il tuo ego striscia, è il tramonto del passato e la porta del futuro, devi dedicare alla musica tempo per avere da lei l’amore degli altri, per avere l’amore bisogna dare, ti basti sapere questo”. Ed effettivamente è stato così. Da quel momento ho avuto una collaborazione con Giorgio Mirto, ho fatto altre cose per l'orchestra anche da solo. È davvero difficile, perché io sono un fine dicitore più che un cantante. Collocarsi con l'orchestra… non sai mai dove cazzo appoggiarti. Tutti svolazzi.

CP: Che intendi per fare channelling?

AB: Non c'è chiarezza: se scrivi “channeling” su Google vengono fuori angeli di luce, cose New Age, ma io la vivo in maniera molto metropolitana. Ti faccio un esempio: il testo di Scenario non è un testo mio, io l'ho solo canalizzato. È un appunto vocale che ho preso dopo aver fatto il vuoto mentale: ho preso la prima parola, ho cominciato a non pensare e a parlare. Magari avesse Alioscia l'equilibrio e la saggezza per fare d'un fiato un ragionamento del genere... Non sono io a parlare. Quelli con cui mi connetto sono anime abbastanza evolute che hanno compiuto tutti i passaggi della reincarnazione.

“Il tuo ego striscia, è il tramonto del passato e la porta del futuro, devi dedicare alla musica tempo per avere da lei l’amore degli altri, per avere l’amore bisogna dare, ti basti sapere questo.”

© Lorenza Daverio
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CP: Questi anni pandemici sono parecchio legati a Triennale per voi. Polaris è stato preceduto proprio da Quarantine Scenario. Il film di Pepsy Romanoff aveva debuttato in Giardino lo scorso anno, un anno dopo Polaris debutta in Teatro.

AB: Non c’avevo pensato. Ma niente succede per caso. Triennale è un posto che ho sempre giudicato speciale. Nel mio percorso di ragazzino di periferia “tutto canne, musica e cazzate”, mi è capitato di andarci in visita con l’Istituto Statale d’Arte della Villa Reale di Monza. Non ero mai stato in un luogo dedicato all'arte, alla cultura, al design. Era come entrare in un tempio. È uno dei posti più importanti di Milano da questo punto di vista e vorrei che fosse sempre più una piazza aperta, per cui in passato alcune gestioni non mi sono piaciute. Fare il primo concerto non in un club ma in un luogo così ha fatto la differenza.

CP: Miglior commento che ho sentito uscendo dal concerto: “Non è stato per reduci”.

AB: Non volevo un amarcord, sono legato al nostro passato, ma non voglio ritrovarmici sepolto. C’era anche gente giovane, la mia stessa figlia ventenne Nena, che vive a Londra, ha detto che è stato il suo concerto preferito, tra quelli che ha visto. In passato c'erano, tra noi della band, alcuni blocchi; si facevano mezzi compromessi ma alla fine   la cosa era un po’ meno efficace. Ora abbiamo un percussionista boxeur di sessant’anni – Vito Miccolis – e un batterista, Lillo, di venticinque anni. Sì, siamo transgenerazionali. 

CP: Marta Del Grandi.

AB: Ho scoperto che aveva lavorato con Howie B. Questa cosa ci ha avvicinato quando ci siamo conosciuti, come fossimo amici da tempo. Piano piano, chiacchierando, abbiamo trovato una serie di affinità anche non musicali, i nostri mondi sono abbastanza diversi. Stiamo facendo due pezzi insieme, uno è Polaris, quello eseguito dal vivo, il testo è suo, ci piace molto quello che ha scritto, è entrata perfettamente nel nostro racconto e considera che di solito canta in inglese.

© DeeMo
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CP: Aria di festa e apocalisse. Sembra un po’ una descrizione della Milano post pandemica.

AB: Invece è la Milano post Expo. Quando è finito sembrava un po’ la storia di Mosè e del Vitello d'oro, tutti a far solo festa. Mi è sempre sembrato un po’ preoccupante visti i disequilibri evidenti che viviamo. La Generazione Z, che poi è figlia nostra, ha spesso questo approccio nichilista un po’ “no future” per cui “devo fare soldi”, “affermarmi come singolo”, “comprarmi le ultime sneakers”, “diventare milionario”. Un live fast die young super allineato con il mercato, figlio di questo tempo e del credo di una possibile crescita continua. Qualcosa era chiaro non tornasse. Poi è arrivata la pandemia, ora c’è una guerra alle porte di casa, è chiaro che siamo arrivati a una fase di implosione del nostro mondo e della nostra centralità.

CP: Sul titolo del disco: Polaris. Polare  ha diversi significati che sono abbastanza centrali per il presente. Il primo è geopolitico: si parla della fine del mondo unipolare e della creazione di un mondo multipolare. Il secondo è relativo alla comunicazione che sui social premia la polarizzazione delle opinioni, quindi il pensiero binario. E poi chi fa ricerca e autoanalisi, cioè chi cerca la propria stella polare. 

AB: Due significati li hai aggiunti tu. Il termine è legato a un senso di perdita d’identità collettiva e di orientamento. L’immagine di copertina rappresenta gente che guarda a un evento che può essere la scoperta di una via di fuga o del giusto cammino o l'apocalisse. Lo sforzo è quello di ridefinire il concetto di “noi-insieme” da contrapporre a quello di “io-da solo”. 

CP: Ancora due versi. Questa volta da Fermi alla velocità della luce: “Ciò che hai trascinato qui non ti serve, è una nuova stagione. Porta il meglio con te di ciò che hai lasciato andare”.

AB: Questo è il tempo di chiudere con i sospesi, di perdonarsi e perdonare, con giustizia, di lasciare andare. Il passato non serve, è il domani in cui dobbiamo concentrarci insieme perché “o ci si salva insieme o non si salva nessuno”.

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