Triennale di Milano

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19 Maggio. 24 Luglio 2005.

Triennale di Milano
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La mostra si propone di ricostruire le fasi salienti del contributo della Triennale al dibattito e all’approfondimento del tema della casa in Italia, riproponendo per sezioni significative alcune delle più importanti testimonianze sviluppate nel corso delle prime 8 edizioni. In particolare, infatti, la mostra ripercorre le tappe dell’avvicinamento della nuova istituzione alle problematiche dell'architettura, mettendo in rilievo il progressivo slittamento dei suoi interessi dall’ambito delle arti decorative e industriali a quello dell’architettura e dell’urbanistica.

Sono prese in esame le edizioni del 1927 e 1930 a Monza, quelle del 1933, 1936 e 1947 a Milano, ricostruendo di volta in volta i punti salienti di un accento che dalla generica proposta della casa come luogo di plaisir si sposta sempre più drammaticamente su quella della casa come valore sociale. La costruzione del quartiere QT8 – cui la Triennale su intuizione di Piero Bottoni legò in modo indissolubile il suo legame con la città di Milano - fu l’acme di un interesse e di un pathos etico forse mai più raggiunto in passato e che la Triennale riproporre all’attenzione della società contemporanea e non solo al mondo dell’architettura e dell’urbanistica.

Nata come Mostra Internazionale delle Decorative nella sede della villa Reale di Monza, nel 1923, la Triennale si affacciò al mondo dell’architettura timidamente nel 1927 con la terza edizione della Biennale di Monza in cui esordì il famoso “Gruppo 7”, cellula d’avanguardia del futuro movimento razionalista.
 Nel 1930, la IV edizione sancì ufficialmente il riconoscimento dell’Architettura come arte “maggiore”, sviluppando in particolare il tema della “villa moderna” con 36 progetti di alcuni dei principali rappresentanti dei vari schieramenti dell’architettura italiana, da Albini e Palanti a Griffini, Pagano, Bottoni, Ridolfi, etc.
Oltre ai numerosi allestimenti di spazi interni (come le sale della grafica di Muzio e Sironi, o la sartoria moderna di G.Terragni), nel parco della villa vennero approntate alcune costruzioni temporanee, di cui memorabile rimane la cosiddetta “casa elettrica” di Figini e Pollini.


Fu comunque con il trasferimento della mostra a Milano, nella sede appositamente disegnata da G. Muzio per il Palazzo dell’Arte, che nel 1933 la Triennale incluse l’architettura nella sua stessa titolazione, celebrandone la presenza nelle mostre ma anche e soprattutto nelle architetture effimere edificate nel parco del Sempione, di cui unica superstite rimane la Torre Littoria (oggi Branca) su progetto di Ponti e Chiodi.

Ponendo al centro degli interessi della nuova società il tema della casa, la Mostra dell’abitazione fu la spettacolare versione italiana delle grandi expo razionaliste come il Weissenhof di Stoccarda (1927), dove gli architetti di punta della nuova architettura venivano invitati a produrre in scala reale prototipi della casa del XX secolo: le case popolari di Griffini e Bottoni, la casa a struttura d’acciaio di Pagano, Albini, Camus, Palanti, Mazzoleni, Minoletti, la casa di vacanza per artista del gruppo comasco capitanato da Terragni, la villa-studio di Figini e Pollini, ecc. segnarono la novità della V Triennale, costituendosi, nonostante la loro effimera durata, come caposaldi per lo studio del razionalismo italiano.


Anche la VI Triennale, nel 1936, ritornò sulla Mostra dell’abitazione, improntandone, sotto al direzione di Pagano, lo sviluppo in direzione di quella dimensione sociale dell’abitare collettivo imposto dalle politiche urbane di trasformazione delle città italiane e dall’etica progettuale delle ricerche razionaliste. L’apporto di Bottoni, a esempio, spinse l’attenzione sulla dimensione urbanistica della questione abitative, mostrando l’interrelazione tra studio della cellula e forma della città.
 Da questo punto di vista non a caso si può considerare l’edizione del 1940 (VII Triennale) come una correzione di rotta: nonostante la presenza di mostre sulla produzione di serie e sui criteri della casa d’oggi, l’attenzione ordinatrice rimaneva imperniata sui grandi temi della monumentalità istituzionale, come dimostra a esempio la sala con il plastico dell’E42 o i progetti piacentiniani per via della Conciliazione.



Fu nel 1947, la Triennale della rinascita nell’immediato dopoguerra, che il tema dell’abitazione venne riposto nella posizione di centralità richiesto dalle necessità della ricostruzione, sullo sfondo del dibattito e delle iniziative per l’affermazione del diritto alla casa. Della VIII Triennale fu profeta e anima carismatica Piero Bottoni che, impostando la riflessione sulla “ricostruzione come problema sociale”, dichiarò il tema della casa come “il più reale, il più sentito, più drammatico, oggetto di speranza di milioni di europei”. Nacque da questa convinzione profonda l’intuizione di una mostra dell’abitazione come edificazione di un quartiere modello – il QT8, il quartiere dell’ottava Triennale – che concretizzasse nel vivo della materia architettonica i programmi della casa per tutti e della casa nella città.



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